Rassegna Stampa

Il videogame antirazzista insulta l’Italia, Amorosi su Libero

L'articolo di Libero

L’articolo di Libero

ROMA – Un videogame a finalità antirazzista, “Nei miei panni”, prodotto dal Governo italiano con il denaro dei contribuenti, ottiene il risultato di alimentare l’odio degli immigranti verso gli indigeni italiani: la tesi è esposta da Antonio Amorosi su Libero, il quale riferisce della sua esperienza di gioco:

Entro sul sito di Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e provo. La prima didascalia mi dice: «Ce la farai?» Ah iniziamo bene! Continuo. Posso diventare uno dei tre personaggi: Ahmed, perito meccanico di 23 anni, Modou, senegalese di 31 anni con una laurea in ingegneria, Katerina, donna ucraina sfrattata. Non ho ancora scelto e già partono messaggisu quanta discriminazione razzialeci sia in Italia. Poi schermate claustrofobiche in bianco e nero. Sembra di essere in un carcere.

Scelgo Ahmed. Parte il gioco. Primo giorno. La polizia fa chiudere il bed & breakfast dove dormo con altri cinque stranieri nella stessa stanza. Sono costretto a trovare un’altra sistemazione. Pagare l’affitto di un appartamento (500 euro), una camera (300 euro) o dormire da un amico? Ho un budget di 700 euro. Scelgo di dormire da un amico. Ecco la didascalia che arriva: «Cercare una casa è quasi impossibile per uno straniero… Le persone a cui chiedi informazioni ti trattano con indifferenza… Decidi di dormire in stazione ma al risveglio ti accorgi di aver subito il furto di gran parte del tuo denaro, ben 480 euro». Porca miseria. Ma non è possibile. Il gioco salta al giorno 4, poi al 7, tra capi che mi danno lavori umilianti e gente che mi deruba. Finisco sotto di 200 euro. Non ce l’ho fatta.

La didascalia mi dice che «Nei miei panni» è solo un gioco ma accade veramente… in Italia. Ma come? Mi dico. Ma che posto è? Allora cambio personaggio. Divento Modou il senegalese. Ma il primo giorno lo stabile dove vivo viene sgomberato. Trovato un letto, un padrone di casa mi dice «non affitto ai negri». E sono già a metà del budget. Trovo un lavoro ma i «colleghi» mi fregano e mi fanno svolgere solo «lavori pesanti». Mi preparo da mangiare ma perdo tutto «e nel condominio protestano per i cibi africani». Eliminato. Allora cambio strategia. Gioco per un’ora.

Prendo anche i bonus, come quello di fare il lavavetri ma mi multano i vigili. Non supero mai metà mese. L’Italia è un incubo contro gli immigrati. Se lo sei ovunque ti giri c’è una fregatura, un carcere, una truffa, un’azione razzista come se vi fosse la segregazione razziale. Non capisco. Anche gli italiani hanno problemi. Non c’è lavoro. Se lavori per lo Stato questi può anche non pagarti e fallisci. Equitalia ti insegue per le pendenze. Paghi le tasse in anticipo senza aver incassato nulla. Ogni tipo di truffa è dietro l’angolo. Non è che facciamo un gioco per difendere gli italiani!? No!? Così chiamo l’Unar. Parlo col direttore, Antonio Giuliani, molto gentile e disponibile.

E quando gli faccio osservare che il gioco ha una struttura assurda, lui mi conferma che è politica del centro quella di creare «qualcosa di assolutamente ostile per far capire che vita vivono gli immigrati». Ma perché gli italiani che vita fanno!? Gli faccio notare che così si alimenta solo un clima di contrapposizione e gli italiani sembrano degli aguzzini. Mi dice che «no, no, aguzzini no, ma effettivamente il gioco è frustrante». «In Italia è dura per molti e chiunque abbia reddito basso. E non per le discriminazioni gratuite», replico. Mi risponde che «effettivamente le mie osservazioni possono avere un senso». Forse qualcosa di più. Intanto però il gioco resta con il suo discutibile modo di sensibilizzare sul razzismo. Un gioco che ha diverse migliaia di contatti, è costato ai contribuenti 12mila euro e sembra rappresentare bene la politica della ministra Kyenge.

To Top