Rassegna Stampa

Vietti: “Carriera legata al rendimento. Così valuteremo i magistrati”

L'intervista al Corriere della Sera

L’intervista al Corriere della Sera

ROMA. 23 GEN – “Carriera legata al rendimento. Così valuteremo i magistrati“, queste le parole di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, intervistato dal Corriere della Sera:

Michele Vietti, dal suo osservatorio di vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura vede all’orizzonte una rivoluzione? 
«Csm e ministero stanno elaborando, in adempimento di quanto previsto dalla riforma dell’ordinamento giudiziario che risale addirittura al 2006/2007, gli standard di rendimento. È un compito non facile. Siamo in dirittura d’arrivo e spero che questo lavoro consentirà di monitorare con maggiore precisione la produttività dei magistrati, fornendo indicazioni oggettive per un’equa distribuzione dei carichi di lavoro, che è uno dei presupposti per il buon funzionamento degli uffici».
Non tutti i procedimenti sono uguali come impegno professionale. Numeri maggiori non vogliono dire per forza maggiore professionalità. 
«Certamente ogni procedimento è diverso dall’altro e le medie statistiche debbono essere ben ponderate. Ma sapere quanto e come lavora un magistrato non può essere né un segreto iniziatico né un elemento irrilevante nella sua carriera. Dico che deve essere finalmente possibile individuare quelle sacche di scarsa produttività che oltre a danneggiare il sistema giudiziario penalizzano quei magistrati che viceversa fanno il proprio dovere».
Non è neanche detto che un magistrato bravo nelle indagini o nei processi sia poi un buon dirigente. 
«Il magistrato fa una professione peculiare in cui deve coniugare l’efficienza e il buon andamento, tipici della categoria del pubblico impiego, con la tutela dei diritti, che deve perseguire con i suoi provvedimenti. La magistratura è ben consapevole della missione che le è affidata, un po’ meno della necessità di organizzarsi per garantire risposte tempestive ed efficaci. Il nuovo ordinamento giudiziario ha eliminato la prevalenza dell’anzianità nelle promozioni, un criterio che rispondeva ad una concezione dei dirigenti come “canonicati” per i quali l’incarico direttivo era una sorta di premio di fine carriera. Oggi la normativa prescrive di valutare il merito, inteso come profilo professionale del magistrato per capacità, laboriosità, diligenza e impegno, le attitudini, intese come capacità di organizzare e gestire le risorse, nonché tutta una serie di altri parametri che dovrebbero fornire una griglia per selezionare davvero i migliori. Che poi ci si riesca sempre è un altro discorso, ma è importante sia maturata la convinzione che una dirigenza capace e autorevole è un presupposto indispensabile per poter garantire uffici efficienti».
Per alcuni le correnti della magistratura sono democrazia, per altri uno dei mali che affliggono la categoria, ma è un fatto che le loro pressioni orientano le decisioni del Csm. 
«Le differenti sensibilità culturali e di orientamento sono comuni a tutti i cittadini e non possono disconoscersi ai magistrati. Non vedo niente di scandaloso che anche nella magistratura esistano aggregazioni che rispondono ad affinità di vedute sulla politica giudiziaria. Una delle prerogative della moderna magistratura deve essere proprio quella di comprendere e contestualizzare il proprio operato nella temperie culturale dei nostri giorni. Non so se farlo singolarmente sia meno sovversivo che farlo collettivamente e in modo trasparente. La partecipazione alla vita associativa è un arricchimento per l’intera magistratura, ma affinché ogni iscritto costituisca una risorsa e non un peso questa partecipazione deve restare all’interno del momento culturale e non trasporsi nei momenti valutativi, favorendo pratiche lottizzatorie. La logica delle casacche e dello schieramento va sostituita a favore di una obiettiva certificazione di qualità, la quale deve guidare non solo il Csm ma anche l’approccio dell’Anm. La corrente non può diventare, lo dico con una battuta, un ufficio di collocamento».
Consigli giudiziari e Csm verificano la professionalità dei singoli magistrati. Ci riescono bene? 
«Le valutazioni di professionalità, se fatte bene, sono uno strumento efficace per il governo della magistratura. I consigli giudiziari, se funzionano, possono fornire utili elementi per disegnare il profilo del magistrato a cui sono più vicini. Purtroppo è sempre in agguato la tentazione corporativa che tende a giustificare tutto e salvare tutti. Sarebbe un peccato sprecare questa opportunità replicando il vecchio sistema dei pareri stereotipati per cui erano tutti “eccellenti”. Un appiattimento nelle valutazioni consentirebbe di ridare fiato ai detrattori che parlano sempre di automatismi di carriera, con connessi rischi di nuovi interventi normativi in una materia che si sta appena stabilizzando.
Dati, valutazioni, criteri oggettivi. Non si rischia una deriva aziendalista? 
«La giustizia è sì una virtù, e chi la amministra partecipa in qualche modo a questa alta missione, ma è anche un servizio che deve garantire un risultato. Parlare di tempestività e prevedibilità non evoca nessuna deriva, ma rappresenta il minimo indispensabile per fornire una risposta adeguata alle esigenze di giustizia dei cittadini».

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