Vincenzo Nibali inarrestabile sulle Alpi: “Più salivo e meglio mi sentivo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Luglio 2014 9:04 | Ultimo aggiornamento: 19 Luglio 2014 9:04
Vincenzo Nibali inarrestabile sulle Alpi: "Più salivo e meglio mi sentivo"

Vincenzo Nibali inarrestabile sulle Alpi: “Più salivo e meglio mi sentivo” (LaPresse)

PARIGI, FRANCIA – Il Tour de France, classica del ciclismo internazionale, parla italiano. Fuga trionfale di Vincenzo Nibali sulle Alpi nel centenario di Bartali.

È successo alla tredicesima tappa, Saint-Etienne-Chamrousse di 197 chilometri. Nibali è lo specchio di tante imprese del passato. Le parole del campione all’arrivo: «Più salivo e meglio mi sentivo. Stento a crederci».

E oggi il Tour de France affronta l’Izoard.

Ordine di arrivo
13ª tappa
Saint Etienne – Chamrousse
197 km

1. Nibali (Ita) in 5.12’29’’
media 37,9 km/h

2. Majka (Pol) a 10’’
3. Konig (R.Ceca) a 11’’
4. Valverde (Spa) a 50’’
5. Pinot (Fra) a 53’’
6. Van Garderen (Usa) a 1’23’’
7. Bardet (Fra) s.t.
8. Ten Dam (Ola) a 1’36’’
9. Peraud (Fra) a 2’09’’
10. F. Schleck (Lus) s.t.

Classifica generale

1. Nibali (Ita) in 56.44’03’’
2. Valverde (Spa) a 3’37’’
3. Bardet (Fra) a 4’24’’
4. Pinot (Fra) a 4’40’’
5. Van Garderen (Usa) a 5’19’’
6. Peraud (Fra) a 6’06’’
7. Mollema (Ola) a 6’17’’
8. Van den Broeck (Bel) a 6’27’’
9. Rui Costa (Por) a 8’35’’
10. Konig (R.Ceca) a 8’36’’

Così oggi
14ª tappa
Grenoble – Risoul 177 Km

Così in Tv
ore 14.15 Eurosport
ore 15.05 Rai Tre e Rai Sport 2

Ne parla Il Corriere della Sera in un articolo a firma di Gaia Piccardi che riportiamo di seguito per la nostra rassegna stampa quotidiana.

“C’è una luce da giorno zero della creazione, quassù. E il Tour di Vincenzo Nibali, certamente, lo è. Bici, cuori e asfalto roventi. «Pareva di stare a Messina ma senza venticello: più salivo, meglio mi sentivo».

E allora è partito, a 6 km da Chamrousse ha arpionato Konig e Majka, i predatori di giornata, lasciandosi dietro Valverde e Pinot a scannarsi tra loro; e poi, a due chilometri dalla Fiamma Rossa, ha scelto la solitudine per l’impresa, la cifra stilistica del Gattopardo nei lunghi mesi di allenamenti in quota: è andato a cercarsi la frescura del verde e il refrigerio della vittoria (la terza), aveva promesso l’impresa per legittimare il suo Tour ed eccola, gli altri sbracati e lui nobile e fiero, non ha il naso triste come una salita (ieri 100 anni dalla nascita di Ginettaccio, 18 luglio 1914, Ponte a Ema) ma i francesi s’incavolano (Pinot quinto), eccome se s’incavolano.

Nibalì, c’est plus facile.
Dentro una tappa così enorme e assolata, con il plotone spaccato dalle fughe (strepitoso Alessandro De Marchi della moritura Cannondale, che cede solo sull’ultima salita: l’anno prossimo andrà a fare il gregario di Vincenzino nostro all’Astana), dal caldo, dalle montagne, ci sta tutto.

Ci stanno Bartali e Casartelli (ieri l’anniversario della morte: 18 luglio 1995, col Portet d’Aspet), cui Nibali rivolgerà un pensiero d’affetto («Ero un ragazzino davanti alla tv e mi ricordo quel momento tragico molto bene»), e ci sta tutta l’antiretorica di un campione che in 18 km al 7.2%, quando la strada s’impenna diventando metafora e non solo dolorosa sfida, non deve riscattare gli stenti della guerra o i poveri natali né tacitare il diavolo che lo mangia dentro, come quel Marco Pantani con cui si sprecano paragoni, assonanze, collegamenti: roba per cui la maglia gialla, nel suo tascapane griffato Astana, non ha spazio.
Sarà per questo, perché viaggia con bagaglio leggero e piè veloce, che Nibali si sta annettendo questo Tour un pezzettino alla volta, oggi ancora Alpi con l’Izoard e da martedì i torridi Pirenei, avanza con la soavità di chi non ha messaggi da spedire al mondo, soltanto la gioia di far correre veloce, in ogni stagione (freddo, pavé, montagne, caldo), la sua bicicletta.

Senza paroloni («Volevo guadagnare sui rivali e ce l’ho fatta. Sono contento. Stento a crederci ma mi godo il momento») e aggettivi roboanti, raccontare la tappa in cui Nibali spiana prima l’inedito col de Plaquit e poi — dopo 180 km di tramestio dei gregari tra borracce, pipì fatte al volo, nausee e vomiti, con Fuglsang che scivola in curva e va lungo perdendo contatto con il suo capitano —, Chamrousse (1730 m), o cara. Alla base della salita lo aspettano 37 gradi. La fuga di De Marchi si sta spegnendo, il gruppo è un rosario di uomini cotti che si sgranano (Kwiatkowski, Rodriguez, Porte arriverà con 8’48’’ di ritardo, au revoir podio di Parigi); la coppia Konig-Majka sbrana Valverde e prova a pungere Nibali, risalito come con lo skilift, ma lo Squalo ha la pellaccia troppo dura per cascarci. «Toccavo la bici ed era bollente.

Ho sofferto però ho una condizione altissima che mi aiuta. L’idea era collaborare ma poi ho forzato il ritmo con una grande azione. Grandissima? Grazie, lo dite voi… Per me è stata una liberazione». L’antiretorica nibaliana non prevede superlativi. Con la classifica (degli altri) ridisegnata, Valverde secondo a 3’37’’ e Bardet credibile terzo (a 4’24’’), il Gattopardo chiude la porta del castello. «È ancora lunga, vediamo gli avversari come reagiscono, sto attento agli imprevisti». Ride spesso, sinceramente divertito dalle domande, dalle situazioni. Mai visto al Tour, dicono i vecchi suiveurs . Ha gli occhi allegri da italiano in gita. E questa non è retorica. È la pura verità”.

Foto LaPresse.