Vittorio Feltri: “Cosa significano quei voti per me”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 febbraio 2015 9:18 | Ultimo aggiornamento: 2 febbraio 2015 9:18
Vittorio Feltri: "Cosa significano quei voti per me"

Vittorio Feltri (LaPresse)

ROMA – “Cosa significano quei voti per me” scrive Vittorio Feltri sul Giornale all’indomani dell’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica.

Sono persuaso che l’elezione del capo dello Stato non abbia appassionato il popolo, escluso dalle votazioni e ridotto a spettatore televisivo, passivo e inerte. Esso ha seguito – suppongo – le manovre di Palazzo con lo stesso interesse che di norma riserva all’estrazione dei numeri del lotto e dei biglietti vincenti della lotteria di Capodanno. Un divertimento: vediamo un po’, chi sarà il fortunello che intascherà tanti soldi? Quando la gente non partecipa direttamente alla determinazione dei destini del Paese, se ne infischia del Paese medesimo: si limita a osservare con distacco i giochi in atto, spesso senza comprenderne il senso (ammesso che ne abbiano uno), e attende il finale per pura curiosità.

La premessa serve per dimostrare che il presidente della Repubblica andrebbe scelto dai cittadini, senza la mediazione di onorevoli, senatori eccetera, dei quali non si fida nessuno o quasi. Quello della politica ormai è un pianeta distante dalla nostra vita e coinvolge sempre meno persone. Lo si evince soprattutto dall’incremento costante dell’astensionismo quando si tratta di rinnovare il Parlamento o i Consigli regionali. E dicendo questo scopro l’acqua calda.

Il modo in cui Sergio Mattarella è salito al Colle, in sostituzione dell’usurato Giorgio Napolitano, merita qualche riflessione. Si è affermato il concetto che Matteo Renzi sia stato furbissimo nella scelta dell’uomo da incoronare, fregando il socio (anomalo) Silvio Berlusconi, con il quale aveva stretto un patto, quello del Nazareno, che prevedeva la condivisione di tanti provvedimenti, compresa (forse) l’individuazione del candidato principale al Quirinale. Pareva che gli accordi tra il premier e il capo di Forza Italia fossero di ferro. Inviolabili. E invece, all’ultimo momento, il presidente del Consiglio ha agito di testa propria imponendo Mattarella. Prendere o lasciare.

Silvio non ha preso. Anzi, ha preso solo una cantonata ed è rimasto col cerino in mano, rimediando una strinatura. Ha sbagliato. Se avesse finto di gradire il diktat, facendolo proprio, avrebbe ottenuto un pareggio, che è sempre meglio di una sconfitta. Gli argomenti per accettare il siculo non mancavano. Mattarella non è un ex comunista, ma un democristiano (sia pure di sinistra) da anni ai margini della politica politicante. È un personaggio grigio e, si sa, il grigio va su tutto: sul rosso, sull’azzurro e anche sul viola. Viceversa il Cavaliere si è irrigidito in un rifiuto, ma, non avendo i numeri per far prevalere la propria volontà, ha segnato un autogol.

Nella circostanza, non è stato scaltro Renzi, ma ingenuo e sprovveduto Berlusconi. Mi dispiace dire queste cose, anche perché il caso ha voluto che il mio nome comparisse indegnamente come candidato di bandiera della Lega di Matteo Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per cui vale il sospetto di un mio conflitto d’interessi. La verità è che io sapevo benissimo di non venire eletto, ciò nonostante ero felice di essere della partita: il fatto d’aver ottenuto la designazione dai citati partiti mi lusingava, dandomi l’impressione che fosse un’attestazione di stima.

Negli ultimi giorni non ho scritto una riga sulla questione quirinalizia per ovvie ragioni: qualsiasi mia dichiarazione o commento avrebbe avuto il suono stonato di un’autopromozione, benché velleitaria. Oggi, a carte scoperte, posso sostenere che il centrodestra non ha azzeccato una mossa che non fosse tesa all’autodistruzione. Se Berlusconi continuerà a essere fedele al Nazareno, sarà criticato così: prima litiga col Rottamatore, poi va a Canossa perché non sa che altro fare. Se romperà il patto, i medesimi critici lo accuseranno di aver trasformato una débâcle politica in fatto personale, sacrificando per vendetta il bene comune, nazionale. In pratica egli si è messo da solo in un angolo da cui non gli sarà facile uscire indenne.

A questo punto immagino che molti penseranno: Feltri è incavolato perché il Cavaliere non ha dato l’ordine ai suoi di votare per lui. Essere maliziosi è legittimo. Tuttavia consentitemi una difesa. Se Berlusconi non avesse obbedito a Renzi e non avesse dato la direttiva di deporre nell’urna la scheda bianca dal primo all’ultimo scrutinio, ma avesse consigliato di votare Antonio Martino (inizialmente selezionato quale candidato di bandiera di Fi), avrebbe poi avuto le mani libere e, al tempo stesso, certificato di non essere subalterno al premier.

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In politica capita di soccombere, ma è meglio farlo con disinvoltura e nel rispetto della propria autonomia. Troppo tardi: ormai i buoi sono fuggiti dalla stalla, e resta soltanto il rammarico per Silvio di aver fatto una figuraccia che si rifletterà negativamente sul futuro del centrodestra. Il quale centrodestra risulta ora spaccato: Lega e Fratelli d’Italia da una parte e Forza Italia dall’altra. Effetto: una frantumazione di consensi (…)