Vittorio Feltri: “Scusa, Giuliano Zincone”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Giugno 2013 13:02 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2013 13:03
Vittorio Feltri: "Scusa, Giuliano Zincone"

Giuliano Zincone (a destra) con Angelo Panebianco (LaPresse)

MILANO – Vittorio Feltri chiede scusa a Giuliano Zincone dalle colonne del Giornale. Feltri racconta la sua amicizia con il grande inviato del Corriere della Sera, morto il 2 giugno all’età di 73 anni. Un’amicizia finita per un’incomprensione che l’ex direttore del Giornale non ha mai fatto in tempo a chiarire:

Ignoravo che Giuliano Zincone fosse gra­vemente malato, altrimenti gli avrei chie­sto scusa prima che fosse troppo tardi. È morto due giorni fa e l’ho scoperto ieri […] ho sempre rimanda­to a cuo­r leggero il momento di scriver­gli due paroline per chiudere una pic­col­a polemica ingigantita dall’incom­prensione.

Per anni lavorammo insieme. En­trambi inviati del Corriere, Giuliano principe e io principiante, un paio di volte ci trovammo impegnati all’este­ro sullo stesso servizio; in Messico, in occasione dei Mondiali di calcio 1986, e in Corea, Olimpiadi 1988. […] Zinco­ne era la star e gli spettavano le crona­che degli avvenimenti più importanti, a me rimanevano le frattaglie. Le gerar­chie stabilite dall’anzianità e dalla bra­vura andavano (e vanno ancora) ri­spettate.

La cerimonia d’inaugurazione dei Giochi fu affidata a lui. Ma alle 4 di mat­tina (si tenga conto del fuso orario) fui svegliato dagli squilli del telefono: era Giulio Anselmi, vicedirettore. Un po’ trafelato mi comunicò che Giuliano era irreperibile, non riuscivano a rin­tracciarlo. Per cui ricevetti l’ordine pe­rentorio di buttare giù 70 righe per la prima pagina su una cerimonia che non avevo seguito. Nel nostro mestie­re capita anche di peggio: in mezz’ora riempii un paio di cartelle, inventan­do di sana pianta lo sfavillante spetta­colo cui non avevo assistito, e le dettai agli stenografi, dato che per imperizia non usavo i computer da poco in com­mercio (e non li uso tuttora).
La mattina seguente bussai alla por­ta di Giuliano e un po’ nervosetto gli chiesi che cosa avesse combinato: «Ie­ri eri latitante e mi hanno rifilato un compito che era tuo». Scoppiò a ride­re: «Dormivo della grossa, ma non la­gnarti: così ti ho valorizzato». Replicai alla Grillo: «Ma vaffa…».

In Messico le cose erano andate me­glio. Ci avevano destinato a Guadalaja­ra, dove giocavano le squadre favori­te: Brasile e Francia. Hotel fantastico. Occhio, però, a non mettere in bocca neanche un goccio d’acqua che non fosse minerale, con la quale ci lavava­mo persino i denti. Forte era il rischio della vendetta di Montezuma, esiziale per una parte del corpo assai delicata. Di quel Paese color pomice non sa­pevamo nulla, ci servivano informa­zioni per i nostri reportage. Che fare? Conoscemmo due sorelle, figlie di un avvocato di rango, con le quali strin­gemmo amicizia. Praticamente stava­mo sempre con loro. La sera il padre ci invitava a cena nella sua villa di pre­gio, in una zona residenziale. E ci riem­piva la testa di nozioni e notizie. Una pacchia. A scanso di equivoci preciso che non eravamo «fidanzati in casa» delle ragazze. Diciamo che la compa­gnia era piacevole. Quando partim­mo per rientrare in Italia, all’aeropor­to le sorelle lacrimavano. Baci, abbrac­ci. Una storia innocente e, quindi, indi­menticabile. Il rapporto fra Zincone e me diven­ne quasi fraterno.

Il rapporto fra principe e principiante, fra fratello maggiore e fratello minore fu rovinato dalla diffusione delle liste Mitrokhin: nomi di presunti collaboratori del Kgb nei quali era incluso Zincone. Che non la prese benissimo:

Poi si guastò per una fregnaccia. Era, mi pare, il 1999. Dirigevo il Quotidiano Nazionale (Carlino, Nazione, Giorno) quando ar­rivò un dispaccio di agenzia: il nome di Giuliano compariva nella cosiddet­ta lista Mitrokhin. Pubblicammo per intero l’elenco. E lui si arrabbiò moltis­simo. Al punto che mi querelò. Devo aggiungere che fui assolto (capita, tal­volta, anche se raramente). Ma, al di là di questo dettaglio, capisco la sua ira. Era impossibile che egli fosse stato al soldo dell’Urss e avrei potuto rispar­miargli l’onta di una citazione in quel contesto. Invece non lo feci in osse­quio a una malintesa completezza d’informazione.

Da allora non ci vedemmo più. Spes­so fui tentato di telefonargli per rappa­cificarmi, ma all’ultimo istante mi tirai sempre indietro. Per imbarazzo. Ora gli porgo le mie scuse fuori tempo mas­simo con un rimpianto: non saprò mai se le avrebbe accettate. Zincone non era soltanto un grande giornalista, una penna d’oro come non ne nasco­no più, ma era una persona specchia­ta, elegante e di spessore. Peccato che avesse smesso presto di scrivere assi­duamente per il Corriere. Il motivo mi è oscuro. Posso dire di non avere mai letto un suo pezzo mediocre. Da lui c’era solo da imparare.