Vittorio Malacalza: “Banca Carige più forte grazie ai soci industriali”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Giugno 2015 10:46 | Ultimo aggiornamento: 8 Giugno 2015 10:46
Vittorio Malacalza: "Banca Carige più forte grazie ai soci industriali"

Vittorio Malacalza: “Banca Carige più forte grazie ai soci industriali”

ROMA – “Forse mi chiameranno banchiere, ma io resto un imprenditore – dice, intervistato dal Sole 24 Ore, l’imprenditore Vittorio Malacalza – Anche perché per me, tra fare impresa o fare banca, non cambia nulla: al posto dei beni da scambiare, c’è il denaro. E la banca deve dare la giusta soddisfazione a chi questo denaro lo dà, ovvero i soci azionisti, e chi lo riceve, ovvero i clienti. Questo è il mio unico obiettivo: tutti gli stakeholder devono essere soddisfatti. Se riusciamo in questo sforzo, questa banca potrà essere rilanciata”.

Vittorio Malacalza, classe 1937, guarda a Banca Carige come a una realtà fragile ma insieme anche promettente. Lui, imprenditore indicato come tra i più liquidi d’Italia – accreditato di un patrimonio familiare superiore al miliardo di euro –, vi ha investito fino ad ora un centinaio di milioni di euro circa per arrivare a detenere il 15% circa del capitale e diventare l’azionista di maggioranza relativa. A questa somma si aggiungeranno a breve altri 130 milioni, per confermare quanto meno la quota al termine dell’aumento di capitale da 850 milioni che partirà lunedì e servirà a colmare il deficit da 815 milioni emerso dopo gli esami della Bce. Di certo, in prospettiva, «non mi voglio porre limiti al rialzo, a parte quello del 24,99% del capitale (soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di lanciare l’Opa, ndr)».
Una storia iniziata lontano, quella di Malacalza. Partito da Bobbio, in provincia di Piacenza, a 23 anni, dopo aver perso il padre prematuramente durante gli studi in ingegneria, da una piccola azienda di famiglia che si occupa di materiali per l’edilizia e sanitari («ero il miglior venditore di cessi», si schernisce), allarga in breve il business all’impiantistica civile e industriale. Ma il balzo vero è il passaggio alle costruzioni autostradali. Sono gli anni 60 e Malacalza si fa apprezzare per il suo lavoro, e le commesse non mancano. L’intrusione della politica però frena tutto. E allora Malacalza si reinventa: prima entra nella componentistica per l’energia. Poi, negli anni 80, capisce che c’è spazio per guadagnare con l’acciaio. Il fiuto per il business lo accompagna in quelli che sono anni d’oro per un settore che in fondo lo ricompenserà sempre. Perchè quando deciderà di abbandonare Duferco, una delle principali società di trading siderurgico che nel frattempo aveva contribuito a portare ai vertici globali, si fa liquidare dal suo socio per reinvestire tutto nuovamente nell’acciaio. E dalla cessione della nuova creatura realizzata insieme ai figli, Trametal, al magnate ucraino Rinat Achmetov di Metinvest, Malacalza porta a casa una cifra stimata (il valore non è mai stato reso noto) superiore a 1,1 miliardi. È il 2007, la vigilia dello scoppio della crisi finanziaria globale, e per Malacalza è il coronamento di un percorso imprenditoriale che da lì a poco vivrà un nuovo atto: quello dell’ingresso nelle gomme, il rafforzamento in Pirelli tramite l’acquisto delle quote in Camfin e Gpi fino ad arrivare ai dissidi (finiti in Tribunale) con Marco Tronchetti Provera sul rifinanziamento del debito. Oggi che il gruppo dei pneumatici è alla vigilia dell’Opa Camfin-ChemChina, Malacalza (che ancora controlla il 6,98% di Pirelli) sottolinea che quella partita è «oramai un capitolo chiuso». E senza nascondere il suo rammarico su come si è arrivati alla rottura con Tronchetti («Ho sempre dichiarato di voler essere un socio industriale di Pirelli e che non avrei mai voluto il comando e la gestione della società», sottolinea), si dice dispiaciuto di «vedere che la paura di avere noi come compagni di viaggio abbia portato gli attuali soci della società italiana dei pneumatici ad allearsi con i cinesi». Rispetto alle possibili voci di una mossa da parte dei fondi di una richiesta di aumento del prezzo dell’Opa, l’idea di Malacalza è di voler «decidere alla fine se aderire o meno all’Opa»
Se Pirelli rimane un tema sullo fondo, l’attualità si chiama Banca Carige. Del resto, archiviato il tempo dei salotti buoni della finanza («il capitalismo di relazione è morto»), «gli imprenditori tornano ad essere i veri soci delle banche, non più le banche padrone delle imprese». E il merito della recente crisi finanziaria è quello di «riportare a un sano equilibrio il rapporto tra banca e impresa». Da imprenditore, del resto, Malacalza ha ricevuto da Bce e Banca d’Italia il disco verde a superare la quota del 10% nella banca ligure. Un passaggio importante, quello dell’approvazione di Francoforte, che per la prima volta da quando è partito il Single supervisory mechanism ha autorizzato un investitore a superare tale soglia, ritenuta sensibile, nel capitale di una banca. Quando gli si chiede se il suo in Carige possa essere assimilato a un investimento di tipo speculativo, Malacalza è netto. «Per l’amor di Dio – dice – io voglio essere un socio industriale e di lungo periodo nelle società in cui investo. E a me i comportamenti mordi e fuggi, tipici dei fondi di investimento, non piacciono». Certo, «tre mesi prima di entrare nel capitale, ho studiato le carte, ci ho ragionato e ho valutato che l’operazione avesse un senso da un punto di vista finanziario». Ma Carige «per me rimane la banca del mio territorio. Una banca che probabilmente non sarebbe fallita, ma che vedevo liquefarsi sotto i miei occhi». Per far capire che idea di banca ha in testa, Malacalza usa la metafora di una «bottega, che deve fare felici sia i fornitori che i clienti». Ma nello stesso tempo si dice «consapevole del ruolo sociale che si riveste il territorio, per le imprese e per le famiglie che vivono qui». Del resto, l’imprenditore ammette che nei mesi scorsi gli è stata offerta l’opportunità di investire nel capitale di Mps, l’altra banca bocciata dagli esami della Bce di ottobre. Ma che ha gentilmente declinato l’invito. «Sì, me l’hanno proposto ma non sono stato tentato neppure per un secondo da questa ipotesi. Ho preferito invece guardare all’”orto” che avevo sotto casa”».
Non che l’idea di entrare nella banca genovese sia stata facilmente digerita in famiglia. Vittorio ha dovuto faticare ma alla fine ha convinto i due figli, Mattia e Davide – che si occupano del business del gruppo, che va dalla siderurgia all’impiantistica, dai superconduttori all’elettromeccanica – della bontà dell’operazione, e oggi entrambi guardano con soddisfazione all’investimento. Vittorio da parte sua non nasconde di non aver gradito gli esiti della prima trimestrale, in cui Carige ha segnato un rosso di 45 milioni («Non mi piacciono i conti in rosso, preferisco quelli in nero»). Ma ora guarda avanti, perché Carige – che è sotto le cure attente di un manager di esperienza come Piero Montani – può e deve essere avviata su un «percorso virtuoso, come già sta accadendo». Per farlo, non c’è alcun bisogno – e nessuna intenzione – di cedere asset come Banca Cesare Ponti o Creditis, due controllate della banca che erano state messe in vendita mesi fa come mossa d’emergenza per rimpolpare i ratio patrimoniali dopo gli esiti dei test Bce. «Se gli asset generano profitti non si vendono. E questi generano profitti», taglia corto l’imprenditore. Soprattutto ora che l’aumento di capitale è una realtà, e il pericolo di una debolezza patrimoniale è rientrato, visto che a regime Carige raggiungerà un Cet 1 del 12%, sopra le richieste della Vigilanza dell’11,5% (…).