Yara Gambirasio, il fratello: “Così sono sopravvissuto all’omicidio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Maggio 2014 12:23 | Ultimo aggiornamento: 8 Maggio 2014 12:23
yara

Yara Gambirasio

ROMA – Natan, il fratellino oggi 13enne di Yara Gambirasio, uccisa due anni fa, racconta a Libero: “Senza la psicoterapia non ce l’avrei fatta. Era il mio angelo, solo ora non ho più incubi”.

Scrive Giuseppe Pollicelli:

Natan Gambirasio è ancora troppo piccolo per capirlo, ma lui ha bisogno di una morte. Una nuova morte, simbolica, che scacci via la morte reale che l’ha preceduta. Natan è il fratello minore di Yara Gambirasio e ha, attualmente, tredici anni, l’età che aveva sua sorella quando, il 26 novembre del 2010, è stata massacrata a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, da un efferato omicida di cui conosciamo il dna ma, per una serie di coincidenze incredibili, non l’identità. Colui che, per la salvezza del Natan di oggi, dev’essere simbolicamente ucciso è il Natan di ieri, cioè il Natan che nei quasi tre anni e mezzo che ci separano dall’assassinio di Yara non ha avuto davanti a sé altro orizzonte se non l’immagine terrificante della sorellina ammazzata.

Quel Natan lì, il bambino sopraffatto da un lutto intollerabile e abnorme, va progressivamente «eliminato » e sostituito con un Natan nuovo, un Natan ormai adolescente e in grado di tirarsi fuori dal cono d’ombra in cui la sorte orribile di Yara lo ha finora costretto.

È questo il risultato che stanno cercando di ottenere gli psichiatri che, già da tempo, hanno preso Natan in cura: far sì che il ragazzino abbandoni dietro di sé il Natan che gli eventi hanno obbligato a vivere in un mondo di tenebra. IeriNatan ha raccontato alcuni frammenti di questa sua vita oscura e insopportabile, una vita con un prima (quando c’era ancora Yara) e un dopo (quando Yara non c’è stata più) talmente netti e inconciliabili da rendere necessario che venga tracciatoun nuovo solco che isoli e allontani gli anni spaventosi della convivenza con lo spettro di Yara. «La terapia mi è stata utile», ha detto Natan, «non ho più gli incubi che avevo di solito».

Parla con una lucidità che quasi inquieta, il fratellino di Yara, e ascoltandolo non ci si può che augurare una cosa, soprattutto: chequanto riferisce sia vero. Che sia vero che adesso non è piùvisitatoogninotte, implacabilmente, da sogni che fa paura soltanto immaginare. Ma l’augurio è anche che questa non sia una situazione transitoria e che il Natan di adesso stia davvero togliendo di mezzo, definitivamente, il Natan del passato. La speranza è che gli stia riuscendo di portarla a termine, quell’uccisione simbolica che lo potrebbe guarire dal troppo male inflittogli dall’uccisione reale di sua sorella Yara.

«Era come se mi sentissi da solo. Non avevo nessuno con cui parlarema a volte, quando chiudevo gliocchi,pensavo che ci fosse ancora lei in casa e mi veniva di chiamarla.Ma quando riaprivo gli occhi non riuscivo a dire il suo nome.Non ci riuscivomai». Natan non riusciva neppure a pronunciarlo, il nome di sua sorella, perché se lo avesse fatto sarebbeaccadutaunacosa tremenda: Yara non avrebbe risposto. E questo avrebbe messo Natan, inmodo ancorpiù spietato e categorico,di fronte all’inammissibile: al fatto che Yara non c’è – e nonci sarà -mai più. Al fattoche Yara èmorta. «Quando io stavo con lei era come stare con un angelo», dice Natan,e l’impressione è che non sia un racconto addolcito dal ricordoma che lui lo pensasse anche quando lei era in vita, che sua sorella era unessere ingrado di proteggerlo. «Dovunque andavo, per esempio se c’erano degli amici che mi prendevano in giro, lei mi difendeva. O semi facevo male lei mi aiutava sempre, in qualsiasi momento… ».