Alcol, fumo, sport, cibo: stile di vita migranti-italiani a confronto con Passi

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 19 Maggio 2015 21:02 | Ultimo aggiornamento: 19 Maggio 2015 21:02
Alcol, fumo, sport, cibo: stile di vita migranti-italiani a confronto con Passi

Alcol, fumo, sport, cibo: stile di vita migranti-italiani a confronto con Passi

VENEZIA – Consumo di alcol, tabacco, attività fisica e alimentazione sono i “big four” dello stile di vita, elementi da tenere sotto controllo per predire la salute di una popolazione. Ora che in Italia il 5% della popolazione è costituita da immigrati è necessario chiedersi come l’inevitabile integrazione non solo della cultura, ma anche degli stili di vita, cambi la percezione della salute pubblica.

Se nell’immaginario collettivo infatti il migrante è colui che “porta malattie”, quasi un appestato, esiste anche l’altra faccia della medaglia: la contaminazione della sua cultura al contatto con quella italiana che cambia abitudini e può indurre “vizi”, dal tabagismo all’eccesso di alcol, che la sanità pubblica tenta di prevenire con campagne di sensibilizzazione e prevenzione, che devono aprire anche alle necessità di questi nuovi cittadini.

Queste le domande a cui cerca di rispondere il report Passi realizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), coordinato dall’Istituto superiore di sanità e presentato il 18 maggio proprio a Venezia.

Il report ha raccolto informazioni nel periodo tra il 2008 e il 2013 intervistando italiani e immigrati regolarmente residenti in Italia che sono perfettamente sono integrati nella società e parlano italiano. Un rapporto che nasce dall’esigenza di poter affrontare consapevolmente gli aspetti della migrazione che riguardano la sanità pubblica.

IDENTIKIT DEL CAMPIONE

Il campione preso in esame, spiegano nel report Passi, è composto da circa 3 milioni di persone. Gli immigrati regolari in Italia infatti rappresentano il 5% della popolazione e la cui cultura e abitudini sono influenzate inevitabilmente dal paese in cui vivono.

Ci sono voluti 5 anni di interviste e raccolta dati prima che il report contasse su un campione statistico valido, composto da 218685 persone, di cui il 3,3% sono migranti. Gli immigrati sono stati divisi in funzione della loro provenienza in PSA, provenienti da Paesi a sviluppo avanzato come l’Unione europea e i paesi vicini, e PFPM, provenienti da paesi a forte pressione migratorie come l’Africa o l’Asia.

Il campione dunque è costituito dal 96,7% di italiani o persone provenienti da paesi a sviluppo avanzato e il 3,3% da stranieri provenienti da paesi a forte pressione migratoria, di cui il 31% dall’Unione europea, il 29% da altri paesi europei, il 13% da paesi dell’Africa del Nord, il 6% da paesi dell’Africa Sub-Sahariana, 10% da pesi dell’Asia e 11% da pesi dell’America.

Un campione dunque eterogeneo anche per grado di istruzione e per situazione economica, che evidenzia differenze nello stile di vita anche tra i “vecchi” immigrati ormai in Italia da più di 10 anni e i “nuovi”, arrivati da meno di 5 anni.

IMMIGRAZIONE E FUMO DI SIGARETTA

Sono molte le campagne di sensibilizzazione per smettere di fumare che la sanità pubblica offre ai cittadini italiani, proprio perché il fumo di sigaretta è tra i principali fattori di rischio per patologie respiratorie e cardiocircolatorie. Solo in Italia ogni anno 70-80mila decessi sono da imputare all’abitudine nel fumo, che negli ultimi 40 anni si è ridotta, nonostante la percentuale di giovani italiani che fumano sia in aumento.

Tra gli stranieri del campione i fumatori sono in maggioranza cittadini europei, 40% tra comunitari e non, mentre il vizio del fumo sembra non interessare le comunità indiana, filippina, cinese e marocchina, col 78% dei non fumatori che provengono dall’Africa Sub-sahariana.

Se la distinzione tra fumatori e non è netta a seconda del diverso flusso migratorio, la quota di ex fumatori diminuisce con gli italiani più “virtuosi” nel rinunciare al vizio ma che restano comunque i primi a cedere, essendo infatti la percentuale di non fumatori stranieri (59% in media) più alta di quella degli italiani (53%). Differenze che, ha evidenziato il report Passi, si appiattiscono dopo molto tempo passato in Italia:

“Il fattore tempo di permanenza non solo modifica la distribuzione degli ex fumatori e dei non fumatori stranieri, ma anche l’attenzione del sistema sanitario ai bisogni di salute dei cittadini stranieri, che quanto più sono integrati, tanto più dichiarano di aver ricevuto dall’operatore sanitario consigli di smettere di fumare. Alla luce di queste considerazioni, l’attenzione del sistema sanitario al tema del fumo di tabacco tra la popolazione straniera residente dovrebbe essere maggiore per gli stranieri presenti da meno tempo nel nostro Paese, che probabilmente sono meno consapevoli dell’offerta sanitaria e percepiscono meno il rischio per la propria salute derivante dal fumo”.

IMMIGRAZIONE E CONSUMO DI ALCOL

Anche il consumo di alcol presenta evidenti discrepanze. L’alcol viene consumato soprattutto tra i giovani uomini trai 18 e i 24 anni o con molte o senza difficoltà economiche. Il report ha evidenziato come il 44% degli stranieri PFPM intervistati consuma alcol, anche solo occasionalmente, mentre il 15% è un consumatore a rischio. Di questi poi il 4% è un forte consumatore abituale di alcolici, l’11% beve fuori pasto e il 7% è un bevitore binge, cioè che compie “abbuffate” alcoliche.

Nonostante il consumo di alcol a maggior rischio sia più basso tra gli stranieri rispetto agli italiani e agli immigrati dai paesi a sviluppo avanzato, esistono differenze culturali molto forti a seconda che gli immigrati arrivino dal nord d’Africa, dall’Asia o dall’America: se nei paesi africani e asiatici infatti il rischio di consumo eccessivo di alcol è minore, con percentuali rispettivamente del 7% e dell’11%, nel caso degli americani il tasso di binge drinking e consumi eccessivi sale è del 22%.

A stupire però potrebbe essere il comportamento degli operatori sanitari, che nell’ottica della prevenzione non sembrano interessarsi al consumo di alcol, spiega il rapporto Passi:

“Senza distinzioni tra italiani/PSA e stranieri PFPM solo una persona ogni sei ha dichiarato di aver ricevuto da un operatore sanitario domande sul proprio comportamento rispetto al consumo di alcol e circa uno ogni dieci dei consumatori a maggior rischio o binge hanno ricevuto il consiglio di bere meno. Il tempo trascorso in Italia da parte degli stranieri non è un fattore che influisce né sul consumo di alcol, né sull’interessamento degli operatori sanitari”.

IMMIGRAZIONE E ATTIVITA’ FISICA

Nello stile di vita importante poi è l’attività fisica, che contrasta e permette le prevenzione di patologie cardiocircolatorie, dall’infarto all’ictus, il diabete di tipo 2, la depressione e l’ipertensione. Svolgere regolarmente attività fisica, unito ad una alimentazione corretta, aiuta indubbiamente la popolazione a rimanere sana. Almeno 30 minuti di fisica 5 giorni a settimana, oppure 20 di attività intensa 30 volte a settimana, possono già influire positivamente sulla salute dei cittadini.

Uno stile di vita attivo è stato dichiarato dal 40% degli intervistati che provengono da paesi a forte pressione migratoria, sia da coloro che svolgono un’attività lavorativa pesante (23%) che da coloro che praticano sport regolarmente nel tempo libero (72%), mentre il 5% unisce le due modalità. Percentuali che si avvicinano molto alle abitudini del 33% di italiani e migranti provenienti da paesi a sviluppo avanzato che si dichiarano attivi, con l’87% che fa sport nel tempo libero, il 10% che svolge attività lavorative pesanti e il 3% che pratica entrambe.

Gli intervistati che si dichiarano “parzialmente attivi” sono il 27% degli stranieri contro il 36% del campione italiani e Psa. A creare le differenze, sottolinea il rapporto Passi, è l’attività lavorativa pesante prevalente tra gli immigrati:

“Se si considera solo l’attività fisica praticata nel tempo libero (che è quella per cui l’impatto positivo sulla salute è supportato da prove scientifiche) la prevalenza di persone attive è simile nei due gruppi, scende infatti al 31% nel caso degli stranieri PFPM e al 30% nel caso degli italiani/PSA.

La differenza più consistente tra i due gruppi, a svantaggio degli stranieri PFPM, si osserva nelle persone parzialmente attive (27% degli stranieri PFPM vs. 36% degli italiani/PSA), persone alle quali presumibilmente basterebbe poco per aumentare i propri livelli di attività fisica praticata e aumentare i vantaggi in salute di uno stile di vita attivo”.

Dal rapporto non emergono differenze tra italiani e migranti per chi pratica uno stile di vita sedentario, rispettivamente 31% e 32%. Uno stile di vita che cresce al diminuire del titolo di studio, all’aumentare delle difficoltà economiche e tra chi non ha un lavoro continuativo sia per gli italiani che per gli stranieri. Dal report emerge che spesso la percezione della quantità dell’attività fisica è sottovalutata dalla popolazione, come anche tra gli operatori sanitari:

“L’interesse degli operatori sanitari sulla pratica dell’attività fisica è molto contenuto in generale e si riduce ulteriormente nei confronti degli stranieri PFPM a cui solo in un caso su cinque viene chiesto se pratichi attività fisica e ancora a uno su cinque è consigliato di farla. Sarebbe auspicabile l’incremento dei consigli degli operatori sanitari, in particolare nei confronti degli stranieri PFPM che non solo sono più sedentari, ma hanno anche una maggiore scorretta percezione dell’attività fisica praticata: il 57% dei parzialmente attivi (50% degli italiani/PSA) e ben il 30% dei sedentari (20% degli italiani/PSA) reputa di fare sufficiente attività fisica”.

IMMIGRAZIONE E ALIMENAZIONE

Un’analisi degli stili di vita non può essere completa se non si guarda anche allo stato nutrizionale della popolazione. Una corretta alimentazione infatti è il primo fattore di prevenzione per le patologie che sono collegate direttamente all’obesità e alla cattiva nutrizione e può, con pochi accorgimenti, migliorare la qualità della vita e lo stato di salute della popolazione.

Per determinare quello che nel report è definito lo “stato nutrizionale” i ricercatori hanno utilizzato l’Indice di massa corporea, Bmi, come indicatore di riferimento per lo stato di salute. Proprio in funzione del Bmi infatti si può suddividere la popolazione in sottopeso, normopeso, sovrappeso per Bmi tra 25 e 29,9 e obesità per chi supera un Bmi pari a 30.

Il report ha cercato dunque di tenere presente le categorie sovrappeso e obese, quindi più esposte a patologie, evidenziando come non ci siano grande differenze tra la percentuale di sovrappeso e obesi tra gli stranieri PFPM (39%) e tra gli italiani e i migranti Psa (42%).

Uno stato nutrizionale che sia per italiani che per gli immigrati dipende da fattori quali l’età, le difficoltà economiche e la situazione lavorativa. Solo in un aspetto gli stranieri differiscono dagli italiani: lo stato di sovrappeso o obesità non dipende né dal livello di istruzione, né dalla macro-area geografica di residenza.

Se nel caso di tabagismo, alcol e attività fisica lo stile di vita cambia in funzione degli anni passati in Italia, nel caso dello stato nutrizionale e quindi dell’alimentazione non si notano differenze dovute al tempo, sottolinea il report:

“Queste circostanze fanno pensare, che perlomeno negli immigrati di prima generazione, come è gran parte degli intervistati, hanno ancora una certa rilevanza gli stili di vita legati alla cultura dei paesi di origine, e che il processo di assimilazione nel nuovo contesto di vita e di lavoro non ha ancora prodotto effetti evidenti sullo stato nutrizionale. Un altro elemento, che indirizza in tal senso, è la minor diffusione, negli stranieri PFPM sovrappeso e obesi, della corretta percezione del proprio peso eccessivo”.

ITALIANI E IMMIGRATI: PERCHE’ IL REPORT PASSI

Il report Passi non tiene solo in considerazione i “big four” della salute pubblica, ma anche la prevenzione di diverse tipologie di cancro grazie allo screening e del benessere in generale. Una necessità, questa del report, che nasce dalla particolare attenzione che la politica interna e comunitaria devono avere nell’ottica della prevenzione che un corretto stile di vita può offrire.

Nel periodo di grandi flussi migratori in cui ci troviamo oggi, con una società sempre più eterogenea e multietnica in cui cultura e stili di vita si fondono, comprendere queste dinamiche di integrazione è una necessità e un’esigenza per preservare e indirizzare la sanità pubblica nella giusta direzione.