Alzheimer, rischio di insorgenza è maggiore se hai spesso l’herpes

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 21 marzo 2019 14:03 | Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2019 14:03
Alzheimer, virus Herpes un fattore di rischio per la malattia

Alzheimer, rischio di insorgenza è maggiore se hai spesso l’herpes

di Veronica Nicosia

ROMA – La riattivazione del virus herpes simplex 1, proprio quello che provoca le fastidiose vescicole sulle labbra, produce delle proteine che si accumulano nel cervello ed espongono a un rischio maggiore di sviluppare l’Alzheimer. Questo il risultato ottenuto ad oggi solo nei topi, ma che rafforza l’ipotesi di uno stretto legame tra il virus HSV-1 e l’insorgenza di patologie neurodegenerative come proprio l’Alzheimer.

Il risultato dello studio è stato pubblicato sulla rivista PloS Pathogens dal team di ricercatori  italiani coordinato da Anna Teresa Palamara del Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive dell’Università Sapienza di Roma nei laboratori affiliati all’Istituto Pasteur Italia. Lo studio è stato svolto in collaborazione con l’Istituto di Farmacologia traslazionale del CNR di Roma, l’Università Cattolica-Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS e l’IRCCS San Raffaele Pisana.

Da diversi anni ormai i ricercatori hanno ipotizzato che alcuni agenti microbici, come appunto il virus herpes simplex, possano produrre nel cervello la comparsa e l’accumulo di quelle proteine che sono ritenute come biormarcatori di neurodegenerazione nella malattia di Alzheimer. Tra queste sostanze troviamo il peptide beta-amiloide, che è il principale componente delle placche senili, la proteina tau iperfosforilata, che forma grovigli neurofibrillarie e la neuroinfiammazione.  

Il virus HSV-1 infatti si annida e sopravvive in forma latente in alcune cellule nervose situate al di fuori del cervello. Quando in condizioni di stress il virus si riattiva, inizia a replicarsi e produce una infezione che si manifesta nel paziente con delle vescicole sulle labbra. Una patologia considerata non grave, quella dell’Herpes, ma che ha degli effetti a livello cerebrale, come spiega in un comunicato la dottoressa Palamara: “In seguito a diverse condizioni di stress (quali ad esempio infezioni concomitanti, calo delle difese immunitarie, esposizione a radiazioni ultraviolette, ecc.) il virus si riattiva, va incontro a replicazione e successiva diffusione alla regione periorale. In alcuni soggetti il virus riattivato può raggiungere anche il cervello producendo in quella sede danni che tendono ad accumularsi nel tempo”.

Il legame tra riattivazione del virus herpes e produzione di questi biomarcatori molecolari era già stato dimostrato in studi precedenti che erano però condotti in vitro, quindi solo su modelli cellulari e non su animali, come spiegato dalla dottoressa Giovanna De Chiara del Cnr in un comunicato: “La novità più rilevante di questo lavoro consiste nell’aver validato questi risultati in un modello animale (topi) e nell’aver dimostrato che l’accumulo di questi biomarcatori si associa a deficit di memoria, che e’ senza dubbio il tratto caratterizzante della malattia di Alzheimer”.

Il messaggio da sottolineare però è che soffrire di herpes simplex non significa, in automatico, ammalarsi di Alzheimer. Claudio Grassi, dell’Università Cattolica-Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS, ha spiegato: “Non tutti coloro che soffrono di herpes labialis devono temere di andare incontro a neurodegenerazione. In attesa di conferme di natura clinica nell’uomo, la nostra ricerca suggerisce comunque che negli individui nei quali si stabilisce un’infezione erpetica latente nel cervello, la ripetuta riattivazione del virus nel corso degli anni costituisce un fattore di rischio aggiuntivo per l’insorgenza della malattia di Alzheimer. Risulta, pertanto, fondamentale comprendere quali siano i fattori genetici e/o metabolici dai quali dipende che il virus raggiunga il cervello e lì  si annidi in forma latente”.

I risultati dunque suggeriscono che sia necessario indagare con maggiore attenzione il nesso tra herpes e Alzheimer, ma ulteriori studi saranno necessari spiega la Palamara: “I nostri risultati suggeriscono la necessità di prestare una maggior attenzione al nesso tra agenti microbici e neurodegenerazione, e di lavorare alla messa a punto di nuove strategie terapeutiche e/o preventive finalizzate a limitare le riattivazioni virali e la diffusione del virus nel cervello”. (PloS Pathogens)