Coronavirus a Roma. Martelli e Picozza: Forlanini va riaperto

di Sergio Carli
Pubblicato il 21 Marzo 2020 13:54 | Ultimo aggiornamento: 21 Marzo 2020 13:54
Coronavirus a Roma. Martelli e Picozza: Forlanini va riaperto

Coronavirus a Roma. Martelli e Picozza: Forlanini va riaperto (nella foto ANSA le immagini all’interno dell’ex ospedale)

Il fu ospedale Forlanini, Roma, è al centro di una feroce polemica che lacera la sinistra.

Un luminare della medicina, Massimo Martelli, ha lanciato una petizione che ha raccolto 100 mila adesioni.

Un giornalista di Repubblica, Carlo Picozza, di sinistra senza ombre o paura, si è schierato al suo fianco.

Da sinistra lo hanno attaccato e aggredito. Picozza forse è troppo onesto per fare dormire tranquillo chi, anche di sinistra, è al timone.

Dietro alla chiusura del Forlanini, si dice, ci sono disegni politici. Vorrebbero farci la sede di tutte le Ong.

Il sogno di un pugno di voti di questi discendenti del ‘68 rischia di precludere il ripristino di un ospedale che potrebbe essere chiave in questi tempi di coronavirus.

Purtroppo, ha scritto Carlo Picozza, lo scempio della sanità laziale non si è consumato solo al Forlanini:

“La chiusura di tre ospedali pubblici a Roma (il Nuovo Regina Margherita, il San Giacomo e il Forlanini, quest’ultimo con quasi 200mila mq coperti e 21 ettari di parco) si consumò sotto gli occhi di tutti e contro la volontà dei più, nonostante si raccolsero 45mila firme (oggi quasi raddoppiate) per evitare che la ragioneria dei conti avesse la meglio (come ha avuto e lo constatiamo terribilmente oggi sulla nostra pelle) sulla salute dei singoli e della comunità”.

“Quelle scelte, accanto ad altre (vedi il declassamento del San Filippo Neri nell’area nord, la stessa del Gemelli, etc) hanno fatto sì che la sanità pubblica oggi, più di quella di Storace e Polverini ieri, sia stata ridotta a uno snodo per il rinvio ai privati delle prestazioni. 

“Così, chi può, paga e si cura, chi non può, in lista di attesa rischia anche di morire”. 

Ancora Picozza: “Il San Giacomo fu chiuso poco dopo una ristrutturazione che, fresca di calce e ricca dell’acquisizione di nuovi macchinari per il reparto di Rianimazione, per la Farmacia e altri servizi, costò tanti milioni di euro”

“Ebbene – continua Picozza – questo ospedale oggi è preda di rovi, gabbiani, piccioni e cornacchie, mentre tra poco rischeremo (speriamo di no) di assistere al travaglio dei medici costretti a dover scegliere quale paziente intubare…”

“Io non so quanto sia attuabile, ora e qui, la proposta di Massimo Martelli, al quale migliaia di pazienti devono la vita e decine di suoi colleghi l’apprendimento dell’arte chirurgica.
“Ma se penso all’ospedale cinese tirato su in una settimana, alla sfida lombarda di realizzare negli spazi dell’Expo un grande presidio di Terapie intensive, mi chiedo se sia giusto, per partito preso, per spirito rinunciatario o chissà per cos’altro,  scuotere sempre la testa”

“Penso – propone Picozza – che il complesso del Forlanini, compresi i tesori che custodisce (vedi il museo, unico nel suo genere, sulle malattie polmonari) rappresenti per la città e per il Paese un bene da salvare, recuperandolo e preservandolo per il suo valore architettonico e A PRESCINDERE dalla congiuntura pandemica del coronavirus. 

“Quest’ultima, però, potrebbe rappresentare l’occasione, un’opportunità, per far rivivere almeno la parte non fatiscente del complesso che, nel 1934 nacque per contrastare e sconfiggere il bacillo di Koch, il batterio della tubercolosi. 

“Mi chiedo, comunque, perché non confrontarsi serenamente su una proposta forte di quasi 100mila firme, invece di demonizzarla dicendo bugie e rispondendo in modo scomposto come si sta facendo dalle istituzioni e dalle sedi di partito”

“Il San Giacomo e il Forlanini – per Picozza – sono due beni immobili che, l’uno per la posizione centralissima, l’altro per la superficie (una ventina di ettari di parco e quasi 200mila metri quadrati coperti), da tempo stuzzicano interessi e appetiti di palazzinari, romani e no. 

“Sono beni comuni. Perciò un bene prezioso. Il primo è stato chiuso dopo una ristrutturazione realizzata qualche mese prima e costata decine di milioni a tutti noi (6.5 milioni il solo investimento per la Rianimazione), dopo oltre 700 anni di “onorato servizio”.

“Il secondo, ha finito di operare, con il pensionamento di Massimo Martelli (che nel frattempo aveva raccolto 45mila firme contro la chiusura, ora più che raddoppiate).

“Perché proprio questi due gioielli della nostra famiglia sociale, così appetibili agli interessi del mattone e della rendita? Penso che dovremmo avere più a cuore il bene della comunità e, anche in forza del virus, tutelarlo e valorizzarlo a vantaggio di tutti, della città, mettendo al bando pregiudizi e apriorismi ideologici”.

Altre voci si sono aggiunte a Picozza nel dibattito su Whatsapp.

“Guardate le ultime interviste a Marattin, che con la faccia di bronzo nega i tagli alla sanità degi ultimi governi regionali”

“Il san giacomo funzionava bene!”.

“Sì, è stata una chiusura assurda!”.

“Il problema è che in questi ultimi 20 anni si è smantellata la sanità pubblica, non si è mai pensato che ci potesse essere un’emergenza così, non abbiamo abbastanza medici e infermieri né apparecchiature, mancano persino le mascherine!!!”.

“Per non parlare di ciò che è avvenuto nella ricerca pubblica dove le risorse mancano anche perché ai privati sono state date risorse umane ed economiche a iosa”.

Un contributo importante viene dallo stesso Massimo Martelli: “Mi sembra giusto dare un chiarimento e fare luce sulle voci che si stanno rincorrendo in questi ultimi giorni. 

Un chiarimento tecnico, scientifico, da operatore della sanità pubblica quale sono da oltre 50 anni. Un giudizio che qualcuno etichetta come un sentimento “di pancia” guidato da un attacco di “nostalgia” ma che io semplicemente chiamo buon senso e lungimiranza. 

Quella lungimiranza che deve guidare le scelte per il futuro, che non si deve fermare all’emergenza attuale, ma che deve dare risposte per quello che verrà e che soprattutto deve rassicurare i cittadini”.

“Nel caso specifico del Forlanini – continua Martelli -mi preme sottolineare ancora una volta che nessuno ha mai detto di volerlo aprire tutto e subito. Solo un ingenuo potrebbe pensare possibile recuperare i 650mila metri cubi della struttura con un colpo di bacchetta magica. 

Quello che ho sempre sostenuto va in una duplice direzione: una risposta a breve termine per supportare lo sforzo che sta compiendo la Regione Lazio nell’aumentare il numero di posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva: una sala del Forlanini, come per esempio la ex-mensa, potrebbe essere facilmente recuperata e attrezzata con una cinquantina di posti di terapia intensiva per affrontare subito l’emergenza Covid-19. 

E una risposta a medio-lungo termine per prevenire eventuali emergenze sanitarie future e non farsi trovare impreparati, ripristinando quel polo d’eccellenza per la cura delle malattie polmonari di cui fino a pochi anni fa facevano parte i vicini Spallanzani e San Camillo”.

“Se l’emergenza coronavirus richiede quindi da subito misure tempestive ed eccezionali – aggiunge Martelli – è importante che si guardi al futuro con intelligenza e lungimiranza. 

Dotarsi di un polo d’eccellenza per la cura delle malattie infettive e polmonari sarebbe un’arma in più a disposizione non solo per Roma e per la Regione Lazio ma per tutto il Paese. Ho sempre difeso la buona sanità, sia quella ppubblica sia quella privata. 

La buona sanità non ha un colore politico, la buona sanità non ha un proprietario. Quando un cittadino viene ricoverato non gli si chiede di che partito sia o per chi faccia il tifo. 

Perciò mi dispiace vedere questa faziosità ingiustificata, specie in un momento del genere. Leggere dall’azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini che i soldi dovranno essere diretti al loro ospedale, il San Camillo, come se il Forlanini non fosse più il loro. 

Leggerezza da comunicati ufficiali che la struttura è in dismissione dagli anni ’90, quando tra il 1990 e il 2013 sono passati solo nel mio reparto di chirurgia toracica più di 25mila in camera operatoria. 

“Questi numeri non sono inventati, sono fatti. Sono storie di persone”.