Coronavirus meno aggressivo? Sì, forse. No, forse. Boh…

di Alessandro Avico
Pubblicato il 7 Maggio 2020 14:17 | Ultimo aggiornamento: 7 Maggio 2020 14:17
Coronavirus meno aggressivo? Sì, forse. No, forse. Boh...

Coronavirus meno aggressivo? Sì, forse. No, forse. Boh… (Foto Ansa)

ROMA – Caldo e adattamento, per questo il coronavirus sta diventando meno aggressivo. Per motivi legati al clima e per la necessità di modificarsi per convivere con l’ambiente che lo circonda, ospite compreso, cioè noi.

Non è solo una speranza ma l’evoluzione del virus che almeno in modo empirico si sta osservando negli ospedali e nei contagiati.

Come per quasi tutto quello che riguarda il Sars-Cov-2 è ancora troppo presto per avere risposte certe e definitive.

Questo perché questo coronavirus “esiste” da appena qualche mese, e quindi è materialmente impossibile avere dati stratificati nel tempo. Nonostante questo ci sono degli indicatori, delle tendenze che fanno sperare e sembrare che questo virus stia diventando meno aggressivo col passare tempo. Che si vada cioè indebolendo.

Le speranze in questo senso arrivano da diversi ospedali italiani. “Stiamo osservando che il virus perde potenza – ha detto Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma durante un’audizione in Senato – Evolve, ma perde contagiosità e, probabilmente, letalità”.

Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive al Policlinico San Martino di Genova e componente della task force della Regione Liguria è della stessa idea: “A marzo questo virus era uno tsunami, ora è diventato un’ondina. Forse è perché ha già colpito i soggetti più fragili, facendo una ‘selezione naturale’, o forse si è depotenziato”.

Francesco Le Foche, primario di Immuno-infettivologia al Day hospital del Policlinico Umberto I di Roma, aggiunge: “Oggi vediamo delle sindromi meno importanti dal punto di vista clinico. Questo potrebbe essere dato da una riduzione della virulenza del virus. Ma i progressi non devono far pensare a un ‘tana libera tutti’”.

Per avere certezze in questo senso serviranno studi più lunghi nel tempo, analisi del patrimonio genetico del virus e, soprattutto, una casistica più ampia che possa confermare, o smentire, la tendenza.

Il perché di questo indebolimento prova a spiegarlo Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia all’Ospedale San Raffaele di Milano e professore all’Università Vita-Salute San Raffaele.

“Un virus nuovo è sempre molto aggressivo nelle prime fasi, poi impara a convivere con la sua ‘vittima’. Si tratta di un atteggiamento opportunistico, che gli consente di sopravvivere. Se un virus uccide l’ospite (come il virus Ebola) non ha, a sua volta, possibilità di replicarsi.

In Italia è stato attivato un network tra laboratori di virologia di molti ospedali, tra cui San Raffaele e Sacco di Milano, quelli di Bergamo, Brescia, Firenze, Padova, Roma, Napoli, Bari.

L’obiettivo è lavorare insieme per avere un monitoraggio costante delle sequenze del virus, su soggetti a campione. Lo studio finale ci dirà come Sars-CoV-2 si è mosso da una zona all’altra, selezionando una variante piuttosto che un altra.

Ci aspettiamo che questo nuovo coronavirus possa pian piano diventare innocuo, come i suoi ‘cugini’,
responsabili del raffreddore”.

Un adattamento alla convivenza con noi, quindi, alla base di questa perdita di aggressività. Ma c’è, ci potrebbe essere dell’altro ad influire su questo: il clima. Anche qui non si hanno certezze ma da tempo si immaginava che l’arrivo del caldo potesse indebolire il virus.

Tra noi umani circolano infatti almeno quattro altri coronavirus, e tutti circolano solo in inverno, per sparire invece nei mesi caldi.

Inoltre, come ha osservato il virologo americano Robert Gallo, la diffusione di Sars-CoV-2 ha prima interessato l’emisfero Nord e ora si sta spostando nei Paesi dell’emisfero Sud, dove sta iniziando la stagione invernale.