Coronavirus, i ginecologi: “Necessario favorire l’aborto farmacologico”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Aprile 2020 20:22 | Ultimo aggiornamento: 8 Aprile 2020 20:22
Aborto, Ansa

Coronavirus, i ginecologi: “Necessario favorire l’aborto farmacologico” (foto Ansa)

ROMA –  Se l’applicazione della legge 194 è già difficile in tempi normali, lo è diventata ancor di più adesso che gli ospedali hanno fatto quanto più spazio possibile per i pazienti Covid.

In risposta ad un problema già strutturale, le società scientifiche di ginecologia e ostetricia hanno deciso di fare una nota congiunta e dichiararsi favorevoli a un maggior ricorso all’aborto farmacologico durante l’emergenza Covid-19:

“L’impiego maggiormente estensivo dell’aborto farmacologico consente di decongestionare gli ospedali, alleggerire l’impegno degli anestesisti e l’occupazione delle sale operatorie”.

Gli esperti sottolineano poi la necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure, dichiarandosi favorevoli prima di tutto a spostare il limite del trattamento da 7 a 9 settimane; eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario dal momento della somministrazione del mifepristone al momento dell’espulsione; introdurre anche il regime ambulatoriale che prevede un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l’assunzione del mifepristone, e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine, procedura già in uso nella maggior parte dei Paesi europei.

Le indicazioni delle Società scientifiche arrivano – mettono in evidenza – anche per le maggiori difficoltà che le donne incontrano ad accedere ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza, che rischiano di determinare il superamento dei limiti temporali previsti dalla legge.

Per i ginecologi inoltre bisogna prevedere una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina, come è già avvenuto in Francia e nel Regno Unito.

Il presidente dell’ Associazione Ginecologi Universitari Italiani (Agui) Nicola Colacurci sottolinea che di questi tempi “il percorso tradizionale dell’aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio”.

Elsa Viora, presidente dell’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri (Aogoi)indica che “una riorganizzazione che persegue l’obiettivo di de-ospedalizzare l’aborto può rappresentare una soluzione efficace sia per le donne che per gli ospedali”.

Contro le società scientifiche invece si scaglia Pro Vita & Famiglia, onlus pro life e organizzatrice del Congresso delle Famiglie di Verona:

“A causa degli ospedali intasati dall’emergenza, per facilitare la “pratica” dell’aborto hanno chiesto interruzioni di gravidanza farmacologiche senza ricovero che significa, in soldoni, la giungla del fai da te”. Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente della onlus accusano:

“I radicali e la Bonino non avevano combattuto estenuanti battaglie per far terminare gli aborti in casa e adesso invece chiedono un ritorno al passato?”. (Fonte: Ansa).