Coronavirus, in Lombardia due ceppi diversi a Bergamo e nella zona di Lodi e Cremona

di redazione Blitz
Pubblicato il 5 Luglio 2020 11:06 | Ultimo aggiornamento: 5 Luglio 2020 11:06
In Lombardia hanno circolato due ceppi diversi a Bergamo e nella zona di Lodi e Cremona

Coronavirus, in Lombardia due ceppi diversi a Bergamo e nella zona di Lodi e Cremona (foto Ansa)

In Lombardia il coronavirus circolava già da inizio gennaio, ma i ceppi della provincia di Bergamo e della zona di Lodi e Cremona erano diversi

Coronavirus, in Lombardia due ceppi diversi a Bergamo e nella zona di Lodi e Cremona

Sono due diversi ceppi di coronavirus quelli che si sono diffusi in due delle zone più colpite dalla pandemia in Lombardia, quella della provincia di Bergamo e dell’area che comprende Lodi e Cremona.

La scoperta scientifica è stata annunciata da Fausto Baldanti, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia.

“Grazie a uno studio che abbiamo condotto con il Niguarda di Milano – ha spiegato Baldanti – abbiamo scoperto che ci sono stati due diversi ceppi del virus in Lombardia. Quello circolato nella zona di Bergamo è diverso dalla Sars-CoV2 che si è diffusa nelle province di Cremona e Lodi. Due virus differenti tra di loro, per sequenza genetica e caratteristiche, che hanno provocato due diversi focolai”.

Il coronavirus in Lombardia già da gennaio

Inoltre il Covid-19, ha spiegato ancora il virologo circolava già da tempo, come emerso anche da altre analisi.

“Secondo i nostri studi – ha detto Baldanti – circolava nella zona rossa di Codogno già dalla metà di gennaio. Dagli esami effettuati, abbiamo scoperto anticorpi che risalivano a quell’epoca”.

L’immunità di gregge, però, è ancora lontana dall’essere raggiunta. “Sempre dai controlli effettuati – ha spiegato ancora il virologo – è emerso che nella zona rossa di Codogno solo il 23 per cento della popolazione ha incontrato il virus. Da questo dato capiamo quanto sia importante rispettare le regole di prevenzione”.

A parlare, poi, delle cure portate avanti nell’ospedale pavese è stato Raffaele Bruno, primario di Malattie infettive: “Al Policlinico ci siamo resi conto che il protocollo seguito a Wuhan da noi non funzionava: abbiamo seguito altre terapie antivirali”.

La terapia al plasma

Cesare Perotti, primario del Servizio di immunoematologia e trasfusione, ha tracciato un bilancio della terapia al plasma, di cui il San Matteo è stato precursore: “Abbiamo raccolto 329 donazioni, con donatori giunti anche dal Trentino. Una manifestazione di grande generosità, che ci consente ora di avere a disposizione un numero di sacche di plasma da utilizzare in caso di un’eventuale seconda ondata in autunno. Il ricorso al plasma iperimmune ha ridotto la mortalità dal 15 al 6 per cento”.

La Commissione Europea, ha aggiunto, “ci ha assegnato l’incarico di scrivere le linee guida per tutta Europa per la terapia con il plasma”. (Fonte: Ansa)