Coronavirus, anche cefalee e dolori muscolari sono possibili complicanze

di redazione Blitz
Pubblicato il 24 Aprile 2020 11:42 | Ultimo aggiornamento: 24 Aprile 2020 11:42
Coronavirus, anche cefalee e dolori muscolari sono possibili complicanze

Coronavirus, anche cefalee e dolori muscolari sono possibili complicanze (Foto Ansa)

ROMA – Anche cefalee e dolori muscolari possono essere sintomi di una infezione da coronavirus. Lo sostiene Luca Steardo, neurologo e farmacologo dell’Università La Sapienza di Roma che in un articolo pubblicato sulla rivista Acta Physiologica illustra alcune complicanze neurologiche della malattia da Sars-CoV2.

Il coronavirus attacca principalmente le vie respiratorie, afferma l’esperto, ma “potrebbe essere in grado di colpire anche altri organi: se infatti le cellule bersaglio primarie per il Covid-19 sono quelle epiteliali del tratto respiratorio, la penetrazione del virus nell’organismo non sempre si manterrebbe limitata, determinando complicanze neurologiche”.

Per questo è necessario “non trascurare sintomi quali encefalite, stato confusionale, convulsioni, alterazioni dello stato di coscienza, perdita dell’olfatto o disturbi muscolari, potendo il virus manifestarsi anche così”.

“Nello studio di Covid-19 si fa ricorso a studi pregressi su agenti virali collegati da un certo grado di parentela – spiega Steardo – Dati clinici e preclinici di studi di altri Coronarovirus suggeriscono una loro maggiore invasività tissutale, dimostrando che i CoV, soprattutto quelli appartenenti al sottotipo beta, famiglia del Covid-19, invadono frequentemente il sistema nervoso centrale”.

“L’alta identità tra i CoV e il Covid 19, ad esempio SarsCoV1, lascia dunque presumere che anche quest’ultimo ceppo possa colonizzare il sistema nervoso centrale con uno scenario caratterizzato da un’invasione dei centri cardio-respiratori e processi neuroinfiammatori responsabili di gravi conseguenze quali decadimento cognitivo, deficit di memoria e cali di attenzione”.

Le segnalazioni di complicanze neurologiche da parte di pazienti affetti da Covid-19 “sono in aumento – prosegue l’esperto – Per tali ipotesi, un trattamento anti-neuroinfiammazione potrebbe aiutare i pazienti ad ottenere, in caso di guarigione, una migliore qualità della vita”. 

Le molecole responsabili dell’infiammazione sistemica, chiarisce, “provocano la rottura della barriera emato-encefalica, attivando un conseguente processo neuroinfiammatorio particolarmente grave”.

“In questi casi, pazienti che abbiano superato una sindrome da distress respiratorio possono presentare la comparsa o l’aggravarsi di una sindrome da decadimento cognitivo con insorgenza di delirium e danni associati alle funzioni cognitive”.

Di conseguenza, sottolinea ancora Steardo, “diventa necessario intervenire non solo per una normale ripresa della funzione respiratoria, ma anche per un ripristino delle funzioni cognitive”.

“Queste ultime – aggiunge – saranno tanto più compromesse quanto meno si è tentato di proteggere il sistema nervoso centrale dall’aggressione da un processo neuro infiammatorio incontrollato e prolungato”.

“A tal fine, la molecola palmitoiletanolamide ultra micronizzata (PEA-um) ha provata efficacia nel restituire alle cellule gliali la loro funzione, contrastando i fenomeni lesivi a carico del sistema nervoso centrale”.

Dunque, conclude, “bisogna agire su più fronti: la salvaguardia della sopravvivenza del paziente e la restituzione di una buona qualità di vita, che escluda il manifestarsi di problemi cognitivi”. (Fonte: Ansa, Acta Physiologica).