Madre portante con “feto deforme”: non vuole abortire, va a partorire altrove

di Francesco Montorsi
Pubblicato il 12 Marzo 2013 8:30 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2013 10:57
Madre portante con "feto deforme": non vuole abortire, va a partorire altrove

Crystal Kelley

MICHIGAN, USA – Aveva affittato l’utero, i genitori biologici volevano che abortisse, ma lei è andata a partorire da un’altra parte.

La maggior parte delle maternità sostitutive si conclude con un lieto fine. La storia di Crystal Kelley rivela però le complessità di una pratica medica le cui implicazioni, legali ed etiche, non sono ancora del tutto esplorate.

Crystal Kelley, giovane madre portante americana, non ha voluto abortire il bambino nel suo grembo nonostante il parere dei genitori biologici che avrebbero voluto interrompere la gravidanza a causa di gravi deformazioni individuate nel feto.

Il principio della maternità sostitutiva (o surrogazione di maternità) porta in teoria dei vantaggi a tutte le parti. Tramite la fecondazione assistita, una madre portante si assume il compito di provvedere alla gestazione per conto di una coppia sterile alla quale consegnerà il nascituro. Così, nonostante la sua sterilità, la coppia può realizzare il suo sogno mentre la madre portante ha la soddisfazione morale di aiutare una coppia in difficoltà e beneficia di una ricompensa monetaria.

Nel caso della maternità sostitutiva di Kelley, le parti sono finite davanti ad un tribunale. Tutto è cominciato quando si è scoperto che la bambina che Crystal portava in grembo per conto di una coppia del Connecticut aveva una cheiloschisi, una grave malformazione al cuore, una ciste nel cervello e che le sue chance di vivere une vita «normale» erano di conseguenza basse.

La coppia di genitori biologici ha chiesto alla madre portante di interrompere la gravidanza. Nel contratto firmato si menzionava l’aborto in caso di «gravi anormalità del feto». Crystal Kelley, dopo qualche giorno di esitazione e malgrado un’offerta in denaro, ha deciso di rifiutare. Voleva portate a termine la gravidanza nonostante il parere dei genitori biologici.

La battaglia tra Kelley e i genitori biologici ha avuto allora un’escalation legale. Dapprima, Kelley ha ricevuto delle lettere di un avvocato che la intimavano di abortire. In seguito, la coppia ha fatto sapere alla madre portante di aver cambiato la propria opinione. Non volevano più impedire la gravidanza. Ma quando la bambina sarebbe nata, avrebbero esercitato il loro diritto legale per ottenere l’affidamento del nascituro e per consegnarlo alla custodia dello stato. Secondo la legge del Connecticut, i genitori della bambina erano loro e non la madre portante.

Crystal Kelley poteva arrendersi oppure combattere. Ha deciso la seconda opzione. L’unica cosa che le restava da fare era andare lontano centinaia di chilometri per stabilirsi in uno stato dove sarebbe stata lei la sola madre legale.

In Michigan, dove le maternità sostitutive non sono riconosciute dalla legge, ha potuto dar vita alla bambina, afflitta come previsto da numerose deformazioni e complicazioni sanitarie. La neonata è stata poi adottata ed oggi vive con una madre ed un padre adottivi che la amano teneramente pur sapendo che la bambina non avrà un’esistenza come gli altri e che forse non vivrà a lungo.

La storia di Crystal Kelley può suscitare reazione contrapposte e rivela i dilemmi etici e legali implicati in pratiche complesse come la surrogazione di gravidanza. Per qualcuno Kelley è un’eroina che ha combattuto e si è sacrificata per amore nei confronti di una vita indifesa e minacciata. Per altri è un’irresponsabile che è fuggita lontano con il figlio di qualcun altro e che ha dato alla luce una creatura destinata fin dalla culla alla sofferenza.