Medico vs computer, sfida alla diagnosi: a chi affidereste la vostra salute?

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 7 Dicembre 2012 6:57 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2012 14:41
Medico vs computer, sfida alla diagnosi: a chi affidereste la vostra salute?

Medico vs computer, sfida alla diagnosi: a chi affidereste la vostra salute?

ROMA – Medico contro computer, questa la nuova sfida per le diagnosi di cui parla il New York Times. Se anche il dottor Gurpreet Dhaliwal, genio delle diagnosi e docente di medicina al’Università della California a San Francisco, si avvale del software “Isabel” per avere una seconda opinione c’è qualcosa che sta cambiando.

Sintomo dopo sintomo, indizio dopo indizio, Dhaliwal ricostruisce come un investigatore la strada che lo porta all’esatta diagnosi. Lui trova la risposta al suo caso, la malattia a cui qualcun’altro non aveva pensato. Perché se il tuo paziente ha febbre alta e dolori, le malattie possibili sono fin troppo. Quello che distingue questo genio delle diagnosi è il suo intuito.

Ma, come è noto, l’intuito è una capacità di cui i computer (almeno al momento) sono sprovvisti. Eppure è lo stesso Dhaliwal che si rivolge ad Isabel e affida a “lei”, un software, il secondo parere sul caso clinico in questione. Se infatti Isabel, programma di diagnostica realizzato da Jason Maude, non ha un intuito umano, può contare sull’alta capacità di calcolo e sulla memoria, che le permette di elaborare i dati e “ricordare” i sintomi anche di quelle patologie più rare viste solo nei testi universitari di medicina.

Isabel, infatti, prende il nome dalla figlia di Maude. La bimba, ad appena 3 anni, fu portata in ospedale per un caso di varicella, o almeno questa fu la diagnosi dei medici. Febbre, eritema e vomito i sintomi. La patologia però era ben più grave, un raro caso di fascite necrotizzante, un batterio che mangia la carne. Ora che Isabel ha compiuto 17 anni deve ancora sottoporsi a interventi di chirurgia plastica per la ricostruzione dei tessuti danneggiati dal batterio.

L’idea alla base dell’invenzione di Maude può apparire semplice: un medico procede nella diagnosi spesso per esclusione, basandosi sui sintomi, e magari a volte tralasciandone qualcuno, fino a quando l’intuito non lo indirizza sulla giusta strada. Un computer, pur mancando dell’intuito, potrebbe però tener conto non solo dei sintomi, ma anche dei nuovi dati clinici, che memorizza più facilmente rispetto al cervello umano, e magari “vedere” quel dettaglio che alla memoria del medico, o alla sua attenzione, è sfuggito.

Ma può davvero un computer, un freddo cervello meccanico, sostituirsi all’intelletto di un medico come Dhaliwal o come tanti altri, sostituirsi in modo meccanico e quasi “chirurgico” al ragionamento e alla ricostruzione della diagnosi un tassello alla volta?

Secondo la Ibm la risposta potrebbe essere sì, tanto che dopo il lancio ed il successo di “Watson“, un‘intelligenza artificiale che ha vinto il quiz di cultura generale statunitense Jeopardy, ora punta alla realizzazione di “Watson Healtcare“, una versione per la salute che si occupi solo di diagnosi mediche. Ma va ricordato, Watson non sarà “né onnisciente, né onnipotente”, come precisa Martin Kohn, medico a capo della progettazione Ibm per il nuovo programma di diagnosi.

Ogni anno negli Stati Uniti le diagnosi sbagliate 15% degli errori compiuti dai medici, causando anche gravi conseguenze, o addirittura morte, dei pazienti, come rivelano i dati dell‘Institute of Medicine. Un dato ricordato da Dhaliwal e dal New York Times, e il motivo per cui il genio delle diagnosi si affida ad Isabel: “Molti di noi non pensano di aver aiuto nelle diagnosi, specialmente per i casi di routine, che riguardano la maggior parte del nostro lavoro”.

Ma si sa, l’eccezione esiste. Esistono casi che ad una prima analisi possono sembrare banali influenze, e non epidemie come ad esempio i contagi da hantavirus a Yosemite, precisa Dhaliwal, un “virus così raro da essere solo studiato nelle aule dell’università e raramente osservato nell’esperienza di un medico”. Forse una Isabel o uno Watson se ne sarebbero accorti prima dei medici, prima che 3 persone morissero. Forse questi software, che sarebbe più corretto definire “intelligenze artificiali“, potrebbero davvero ottenere una risposta prima dell‘intuito di un medico, rigorosamente dotato solo della propria intelligenza (umana) e della propria esperienza.

La sfida tra medici e computer, intelligenza umana contro intelligenza artificiale, è stata appena lanciata. Ma una domanda sorge spontanea: voi a chi affidereste la vostra salute? Ricordando che in gioco c’è la propria vita, senza seconde possibilità, perché quello (purtroppo) accade solo nei videogame.