Monicelli, suicidarsi a 95 anni, cioè “emigrare” da questa Italia

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 30 Novembre 2010 15:21 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2010 15:40

Mario Monicelli

Suicidarsi a 95 anni, a cosa Mario Monicelli ha detto basta? Viene in mente la malattia, quel cancro alla prostata con il suo corredo di ricoveri, tubi nel corpo, forzate immobilità, smarrimento dell’autonomia, mortificazione della dignità. A questo ha detto basta Mario Monicelli spalancando le ante di quel balcone di ospedale? Nessuno può saperlo per lui e lui non ha lasciato spiegazioni, ha ritenuto superfluo farlo e si può ragionevolmente escludere che non ci abbia pensato. Deve aver valutato, esaminato le possibili “sceneggiature” del suo addio e deve aver consapevolmente scartato quella che prevedeva un messaggio con le “ragioni” del suo andarsene. Volutamente ha scelto che il messaggio forse l’andarsene. Quindi il basta alla malattia e al suo corredo di dolore fisico e morale appare come una falsa traccia, evidente ma fallace come l’ipotesi per cui l’assassino nei film gialli sia sempre il maggiordomo.

Ha detto allora basta alla solitudine? Non certo alla solitudine familiare, tanto meno a quella sociale. Non era Monicelli un vecchio abbandonato che abitava in un deserto di affetti. E a viver in autonomia e non da solo era abituato, anzi era stata una sua scelta di vita. Solo poi non era certo nella considerazione e nel rispetto delle comunità nelle quali viveva. Un quartiere che amava e un quartiere che lo amava, gente vera che gli sorrideva ogni mattina, il vocabolo “maestro” con cui lo si salutava con spontanea sincerità e non simulata deferenza. E il mondo del cinema, quello della cultura avevano per lui non solo stima ma genuino affetto. No, Monicelli non era solo, non più solo comunque di ogni mortale che affronti la vecchiaia, la senescenza, l’avvicinarsi della morte, il dialogo fattosi quotidiano con la morte. Di tutti gli antidoti possibili per affrontare questo veleno che corrode l’ultima fase della vita umana, appunto la mortalità, Monicelli disponeva: la pienezza riconosciuta di una vita, il successo, il prestigio e soprattutto la consapevolezza, la possibilità di poter dire a se stesso: ho dato un senso alla mia vita. E l’unica immortalità concessa agli umani, lasciar memoria ampia e robusta traccia di se stesso, Monicelli la possedeva.

Non alla malattia e neanche alla solitudine, allora a cosa Monicelli ha detto basta? Come investigatori dilettanti del suo pensare e delle sue parole troviamo altra traccia: quella di un’altra solitudine, solitudine “storica”. Monicelli, lo diceva spesso, aveva perso la speranza. Non di sé e per se stesso. Aveva perso la speranza nella contemporaneità, nell’Italia contemporanea. Non ha detto basta al dolore fisico e alla solitudine individuale, ha detto basta, crediamo, abbiamo ragione di credere, alla intollerabile, disperata melanconia del vivere qui e oggi. Melanconia e non malinconia. La malinconia è una “influenza” dell’animo: porta febbri anche violente, dà accessi di tosse, talvolta difficoltà di respirazione, stanchezza dolorante. Fa male ma passa la malinconia. Passa perché è emozione e non ragione. La melanconia è altra è diversa cosa, è una condizione ragionata dell’anima. Non è rimpianto o ricordo, inevitabili e talvolta patetiche condizioni senili, questa è malinconia. La melanconia non è la contemplazione amorevole e indulgente della vita sfuggita come granelli di sabbia tra le dita, non è esercizio di rivisitazione del passato che è ineluttabilmente passato. Per questo non ci si uccide, tanto meno a 95 anni, quando basta solo aspettare un po’, un niente. La melanconia è misurata, ragionata valutazione e disperazione del presente. Per questo ci si può uccidere, non per contingenti “ragioni” ma per conseguente “ragione”. A 95 anni ci si può uccidere non perché nel mondo che c’è non c’è più posto per te o c’è solo un posto di dolore. Ci si può uccidere perché nel mondo che c’è non c’è più dignitosa ragione per restare.

Monicelli ha vissuto, visto e raccontato l’Italia che è stata nazione, paese, società. Un’Italia che non era un paradiso in terra e non era abitata da angeli. Ma un’Italia dove la vita pubblica e privata avevano e rispettavano, perseguivano e ammiravano un “dover essere”. Un dover essere fatto di responsabilità, dignità e, per quel che era possibile, onestà intellettuale e di comportamenti. Quell’Italia non è che sia svanita, cambiata dal tempo. Quell’Italia è mutata, mutata nei geni come avviene dopo un bagno di radiazioni. Quell’Italia ha “voluto” diventare mostruosa e grottesca e vanta, esalta, esibisce e coltiva le sue mutazioni. Così la pensava Monicelli e così la raccontava nelle sue conversazioni private, non più nei film che non a caso non faceva più. E allora non gli è restato quel che di solito resta ai vecchi: il viver nel passato continuando a camminare nel presente sapendo che il presente che non è più tuo è comunque termine medio, anello che congiunge il passato con il futuro. Monicelli, come altri con lui, vedeva che il presente non era anello della catena ma catena spezzata. Ci ha ragionato a lungo sopra, ne ha parlato a lungo con se stesso e con chi parlava con lui. E quindi se ne è andato da questo paese come se ne va un ventenne o un trentenne. Lui a 95 anni non poteva andare all’estero, uccidersi è stato il suo modo di emigrare. Per questo non c’è lettera di spiegazioni e neanche funerale, per non indorare la pillola a chi resta con le “banali ragioni” di una malattia o con il “lieto fine” di una vita, un’altra vita che in un altrove continua.