Remdesivir, per l’Economist è la speranza (in attesa del vaccino) nella battaglia contro il coronavirus

di Caterina Galloni
Pubblicato il 21 Aprile 2020 7:46 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2020 19:21
Remdesivir, Ansa

Remdesivir, per l’Economist è la speranza (in attesa del vaccino) nella battaglia contro il coronavirus (foto Ansa)

ROMA – Coronavirus, alla ricerca del vaccino.

Remdesivir è il nome di un farmaco che potrebbe segnare una svolta.

In Italia è stato già usato con successo a Genova e Caserta.

Potrebbe diventare, secondo il settimanale inglese Economist, quel farmaco efficace per il trattamento di Covid-19 che trasformerebbe la battaglia contro la pandemia.

Questa speranza ha alimentato la caccia a un farmaco contro il Covid-19 sin dai primi giorni della pandemia.

È remdesivir, un antivirale sperimentale, che si sta rivelando il più interessante.

Il 17 aprile, dopo la pubblicazione su STAT – sito di notizie mediche online – che la sperimentazione del farmaco lasciava ipotizzare risultati impressionanti, il prezzo delle azioni del produttore, Gilead Sciences, è salito del 12%.

A differenza dei farmaci come l’idrossiclorochina, che curano altre malattie ma potrebbero avere effetti antivirali, fin dall’inizio remdesivir è stato progettato per uccidere i virus.

È una molecola nota come “analogo nucleosidico”.

La sua struttura simula le lettere utilizzate per creare le sequenze di RNA del virus. L’idea è che quando i virus provano a usare queste pseudo-lettere, il loro meccanismo si inceppa.

Gilead, farmacista californiano, ha sviluppato remdesivir per curare l’Ebola.

Seppure poco soddisfacente su Ebola, i test di laboratorio hanno dimostrato che è efficace contro una vasta gamma di virus.

C’è una speranza che possa funzionare contro il nuovo coronavirus, chiamato SARS-CoV-2.

Un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, riferisce che è migliorato il 68% di 53 pazienti gravemente malati di Covid-19, a cui è stato somministrato il remdesivir.

Tra gli scienziati, lo studio non ha mancato di sollevare polemiche.

La prima: dato il piccolo numero di pazienti, gli errori possono essere enormi.

Inoltre, lo studio non è stato “randomizzato”, dunque non c’è modo di sapere se il campione riflette correttamente la popolazione di pazienti gravemente malati.

Infine, non vi era alcun gruppo di confronto a cui era stato somministrato un placebo, ovvero una sostanza senza effetti terapeutici, per stabilire la reale efficacia del farmaco.

Nonostante l’entusiasmo che ha sollecitato, il report di STAT è stato poco più di una conversazione trapelata tra i medici.

L’argomento riguardava una sperimentazione presso l’University of Chicago su 125 pazienti, per lo più gravemente malati di covid-19.

Uno dei dottori afferma che la maggior parte dei pazienti era stata dimessa e solo due erano deceduti.

Ma anche se ciò fosse corretto, la mancanza di un gruppo placebo rende difficile valutare la reale efficacia del farmaco.

Anche se la terapia con il farmaco avesse successo, è ancora sperimentale e di solito in queste circostanze è disponibile solo in quantità limitate.

Per soddisfare la domanda di utilizzo nella sperimentazione, Gilead ha aumentato la produzione.

Il 5 aprile, ha affermato di avere abbastanza prodotti, sufficienti per più di 140.000 pazienti.

Cifre più grandi di quanto solitamente è richiesto dagli studi clinici, e ciò fa ipotizzare che Gilead stia aumentando la produzione per uso clinico.

L’azienda ha inoltre affermato che spera di aumentare di nuovo la produzione non appena saranno disponibili le materie prime.

In prospettiva, pensando a un uso ancora più ampio, l’azienda ha fissato un “obiettivo ambizioso”: entro ottobre produrre, grazie a un gruppo di distributori geograficamente diversificato, oltre 500.000 cicli di trattamento e 1 milione entro la fine dell’anno.

La migliore soluzione alla pandemia è ancora un vaccino contro la SARS-CoV-2: impedirebbe il contagio anziché essere curati dopo aver contratto il virus.

Ma un farmaco efficace, anche in piccole quantità, farebbe un’enorme differenza, e inoltre accelererebbe lo sviluppo di un vaccino.

Il modo più rapido per verificare se un vaccino funziona è somministrarlo a un gruppo di volontari (e un placebo a un altro), dunque esporli al coronavirus.

Ciò è eticamente discutibile per una malattia per cui non esiste una cura. Un buona terapia consentirebbe di andare avanti nella sperimentazione.