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Sciopero ginecologi: “Parti non sicuri, 40 mila nascite a rischio”

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Sciopero ginecologi: “Parti non sicuri, 40 mila nascite a rischio”

ROMA – No sicurezza, no parti (nel senso di nascite non feste). Per questo i ginecologi italiani si preparano a un nuovo sciopero, dopo l’inedita protesta contro i tagli dello scorso anno. Spiegano le associazioni di ginecologi e ostetriche che il primo criterio per un punto nascita sicuro è che faccia più di 500 parti l’anno, ma ancora oggi in Italia mamme e bambini continuano a morire in strutture che dovrebbero essere già chiuse, mettendo a rischio qualcosa come 40mila parti. Per questo hanno lanciato un ultimatum al governo in cui si sono detti pronti a una nuova astensione dopo quella di un anno fa.

”Questa non è una battaglia di una lobby che difende i propri interessi – ha precisato Vito Trojano, presidente dei Ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi) – è in gioco la sicurezza delle pazienti che si rivolgono ad alcune strutture sanitarie”. A livello regionale, hanno denunciato gli esperti, il fenomeno coinvolge quasi tutte le Regioni tranne pochi rari casi di eccellenza in Liguria, Molise e Val d’Aosta.

A farla da padrone è la Campania con 21 strutture che effettuano meno di 500 parti l’anno. Al secondo posto la Sicilia con 19, cui seguono la Puglia e il Lazio con 10 strutture e Lombardia e Sardegna con 9. Insieme al problema dei punti nascita la protesta riguarda anche quello della responsabilità professionale in campo sanitario, con le denunce a carico dei medici che aumentano e le strutture sanitarie che non garantiscono l’assicurazione ai propri dipendenti.

”C’e’ una grande indifferenza verso i nostri problemi – afferma Paolo Scollo della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia – anche l’alto numero dei cesarei è una conseguenza della mancanza di serenità del medico, che ha paura di eventuali denunce”. Il problema è così vasto, ha spiegato il presidente del Collegio Italiano di Chirurgia Nicola Surico, che la serrata delle sale parto potrebbe trasformarsi in uno stop a tutte le sale operatorie italiane, con la garanzia solo degli interventi d’urgenza.

Attualmente in Parlamento ci sono sette disegni di legge sul tema, ma nessuno calendarizzato, mentre il Decreto del Presidente della Repubblica che secondo la legge Balduzzi doveva essere emanato entro il 30 giugno del 2013, che favoriva l’accesso all’assicurazione da parte dei medici, non è stato emanato.

”Già la medicina difensiva, con procedure ed esami che si potrebbero evitare, comporta un aumento dei costi inutili che si aggirano intorno ai 13-15 miliardi – ha spiegato Surico – a questo si è aggiunto un sempre più frequente ricorso alla medicina astensiva, con il medico che si rifiuta di eseguire operazioni giudicate troppo rischiose. Siamo pronti con gli anestesisti ad una serrata delle sale operatorie di almeno un giorno, in cui garantiremo solo le procedure urgenti”.

Ogni anno i medici subiscono circa 13mila richieste di risarcimento su circa un miliardo di procedure effettuate. L’Italia, hanno fatto notare gli esperti durante la conferenza stampa, è l’unico paese occidentale in cui i medici sono soggetti a processo penale, ma il 98,5% di questi procedimenti i finisce con l’assoluzione o l’archiviazione.

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