Tatuaggi, 9 pigmenti ritirati dal ministero: “Contengono sostanze cancerogene”

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 27 marzo 2019 12:03 | Ultimo aggiornamento: 28 marzo 2019 6:04
Tatuaggi, pigmenti ritirati da ministero Salute perché cancerogeni

Tatuaggi, 9 pigmenti ritirati dal ministero: “Contengono sostanze cancerogene”

di Veronica Nicosia

ROMA – Nove pigmenti per tatuaggi sono stati ritirati su disposizione del ministero della Salute perché accusati di contenere sostanze cancerogene. Le notifiche sono state pubblicate tra il 21 e il 26 marzo e diverse marco di pigmenti sono state oggetto del ritiro. Gli inchiostri contengono ammine aromatiche come la toluidina, l’anisidina e altri idrocarburi policiclici aromatici che sono considerati cancerogeni e sono stati vietati nel 2008 a una direttiva dell’Unione europea.

Gli inchiostri che sono stato oggetto del ritiro provengono dagli Stati Uniti e secondo le analisi chimiche contengono sostanze riconosciute come cancerogene o che provocano allergie. Per questo motivo, si legge nelle note diramante dal Ministero della Salute, “gli articoli sono stati sottoposti a divieto di commercializzazione, ritiro e richiamo”. 

In dettaglio, ecco la lista per marca e colore ritirati:

  •  Marca Permablend World Famous: colore Blue Iris;
  • Marca Intenze: colori Lining Red Light, Lining Green, Banana Cream;
  • Marca Eternal Ink: colore Hot Pink;
  • Marca World Famous Tattoo: colori Green Beret,  Saior Jerry Red, Dubai Gold;
  • Marca Black Ink: colori Black Mamba.

Secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono quasi sette milioni le persone che hanno almeno un tatuaggio, il 13% della popolazione. Dai dati emerge che i tatuaggi sono più diffusi tra le donne (13,8%) rispetto agli uomini (11,7%). Il primo tatuaggio viene effettuato a 25 anni, ma il numero maggiore di tatuati riguarda la fascia d’età tra i 35 e i 44 anni (29,9%). Il 76.1% dei tatuati si è rivolto ad un centro specializzato di tatuaggi e il 9,1% ad un centro estetico, ma ben il 13,4% lo ha fatto al di fuori dei centri autorizzati. Il 3,3% del campione intervistato ha dichiarato di aver avuto qualche effetto collaterale rilevante, un dato però che gli stessi autori della ricerca considerano sottostimato. (Ansa e Ministero della Salute).