Troponina T, marcatore per il cuore rivela quali malati di Covid sono a maggior rischio morte

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 Dicembre 2020 13:50 | Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre 2020 14:11
Coronavirus, il bollettino del 23 gennaio: 13.331 nuovi casi, 488 morti e tasso di positività 4.6%

Coronavirus, il bollettino del 23 gennaio: 13.331 nuovi casi, 488 morti e tasso di positività al 4.6% (Foto archivio Ansa)

Trovato un biomarcatore per scovare i malati di Covid a maggior rischio di morte. Si chiama troponina T ed è una molecola già utilizzata per rilevare il danno al cuore nel caso di infarto.

Si è visto infatti che se i livelli nel sangue di troponina T rimangono molto alti dopo tre giorni dal ricovero, c’è una maggiore mortalità, in particolare nei pazienti più gravi.

La scoperta si deve a uno studio condotto da Enrico Ammirati, del Cardio Center dell’Ospedale Niguarda di Milano, supportato dalla Fondazione De Gasperis, e l’ospedale Tongji di Wuhan, in Cina.

Lo studio è stato condotto su un campione di 2068 pazienti ricoverati all’ospedale Tongji tra febbraio e marzo, con un’età media di 63 anni. Di questi, il 23% è stato ricoverato in gravi condizioni e ha avuto bisogno di cure in terapia intensiva.

All’arrivo in ospedale, il 30% presentava livelli più alti di troponina T. Mentre il 77% dei pazienti, che non ha avuto bisogno di terapia intensiva durante il ricovero, all’ingresso in ospedale aveva un livello di troponina T basso.

Chi è morto invece aveva una troponina T più alta nel 45% dei casi, mentre in chi è sopravvissuto l’aveva nel 21% dei casi.

Troponina T, il termine dei 3 giorni è fondamentale

Il termine dei tre giorni è risultato essere un vero spartiacque: in chi è morto, la troponina era aumentata ancora nel 69% dei pazienti, contro il dato in netta discesa al 30% di chi è poi sopravvissuto.

Chi non è mai entrato in terapia intensiva, pur avendo una polmonite da Covid, anche durante il ricovero ha avuto valori bassi di troponina T.

“Questi dati permettono di identificare quei pazienti che non rispondono alle cure come dovrebbero, perché la troponina T rimane alta”, commenta Ammirati. Dall’inizio dei sintomi da Covid e il ricovero sono trascorse circa 2 settimane nella maggior parte dei pazienti studiati.

“La troponina T non è quindi un test utile da eseguire subito dopo un contatto con un caso positivo – conclude – ma ha senso eseguirlo nei pazienti che sviluppano la polmonite. Potrebbe costituire uno dei fattori da considerare per decidere se ricoverare un paziente oppure no”. (Fonte: Ansa).