Vaccino Covid, la ricercatrice italiana Agnese Lanzetti: “Io volontaria per test col virus”

di redazione Blitz
Pubblicato il 27 Luglio 2020 12:13 | Ultimo aggiornamento: 27 Luglio 2020 12:40
Vaccino Covid, la ricercatrice italiana Agnese Lanzetti: "Io volontaria per test col virus"

Vaccino Covid, la ricercatrice italiana Agnese Lanzetti: “Io volontaria per test col virus”

Sono sempre più le persone disposte a farsi inoculare il Sars-CoV2 per testare l’efficacia del vaccino. Tra queste anche la ricercatrice italiana Agnese Lanzetti.

“Mi offrirei come volontaria”. Non ha dubbi Agnese Lanzetti, ricercatrice, 31 anni, con una laurea all’Università di Pisa, un dottorato negli Stati Uniti e in attesa di proseguire un suo progetto di ricerca a Londra.

Affronterebbe come volontaria il test del vaccino anti Covid-19 basato sulla somministrazione del virus dopo l’iniezione del vaccino.

La sua firma è tra le oltre cento a sostegno della lettera aperta inviata al direttore dei National Institute of Health (Nih), Francis Collins, per iniziativa dall’organizzazione 1 Day Sooner.

L’obiettivo è arrivare al vaccino prima possibile e la strategia dello Human Challege Trial lo consentirebbe. 

“Ho visto l’appello in rete alcuni mesi fa e ho deciso di firmare per portare l’argomento all’attenzione della società”, spiega Agnese Lanzetti all’agenzia Ansa.

“Nel mio lavoro seguo temi diversi dall’immunologia, ma grazie alla mia preparazione scientifica riesco a comprendere rischi e benefici dello Human Challenge Trial”.

“Mi offrirei come volontaria e ho firmato sapendo che teoricamente potrei essere considerata un buon candidato”, afferma. (Fonte: Ansa).

Vaccino, la via più rapina è inoculare anche il virus

Somministrare il vaccino a un gruppo di volontari sani e, una volta formati gli anticorpi, inoculare il virus negli stessi individui: è questa l’unica strada per arrivare rapidamente ad avere le risposte sul vaccino e poter arginare la pandemia di Covid-19.

Non ha dubbi in proposito Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto Mario Negri di Bergamo, per il quale “l’unico modo per arrivare prima è lo Human Challenge Trial.

Negli Stati Uniti l’appello firmato da un centinaio di ricercatori, fra i quali 15 Nobel.

Mentre sono già cinque i candidati vaccini giunti alla fase 3 della sperimentazione, è chiaro a tutti che prima di avere il vaccino ci vorranno ancora mesi, mentre i casi nel mondo aumentano così come i decessi, sullo sfondo di una grave crisi economica.

Diventa perciò sempre più pressante cercare una via rapida per avere il vaccino. “Normalmente i vaccini richiedono studi molto grandi, con il coinvolgimento di migliaia di persone, e sarebbe indubbiamente più veloce esporre persone sane vaccinate al virus”, ha osservato Remuzzi riferendosi alla strada indicata nella lettera promossa dall’organizzazione 1 Day Sooner.

La procedura dello Human Challenge Trial “può accelerare moltissimo l’approvazione del vaccino in quanto la sperimentazione nella fase 3 richiede moltissimo tempo. Se i volontari vengono esposti al patogeno si ottengono i risultati più rapidamente”, ha osservato Remuzzi.

“E’ un’iniziativa importante” e che ha “precedenti storici”, ha aggiunto citando i casi di test fatti in passato per vaccini contro influenza, tifo e colera. Certamente sono numerosi e rigidi i paletti etici da rispettare in un approccio simile.

Per esempio, è possibile “solo se i risultati preliminari dimostrano che il candidato vaccino è in grado di provocare una risposta immunitaria nell’uomo: in questo modo si riduce il rischio perché i volontari vengono esposti al virus solo se c’è risposta immune”.

E’ anche vero però, ha osservato l’esperto, che “non sappiamo al momento quanto dura l’effetto degli anticorpi”; d’altro canto “accettiamo dei rischi anche più alti, per esempio, che nei pronto soccorso ci siamo anche medici non vaccinati”.

A favore della rapidità pesa anche il fatto che è “l’unico modo per superare la stagnazione economica e medica, con tutta l’insicurezza e le tensioni sociali che da questa derivano. L’economia che va male si traduce in problemi di salute”.

Remuzzi è anche convinto che un approccio come lo Human Challenge Trial in Italia possa trovare “un terreno favorevole”, Difficile dirlo, però, considerando che tra i firmatari della lettera ci sono con decine di americani e brasiliani, molti tedeschi e spagnoli, mentre gli italiani si contano sulle dita di una mano. (Fonte: Ansa).