Coronavirus, per un vaccino servono almeno tre mesi prima di provarlo sull’uomo

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 31 Gennaio 2020 12:50 | Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio 2020 12:51
Vaccino Coronavirus, almeno 3 mesi per la sperimentazione sull'uomo

Vaccino Coronavirus, almeno 3 mesi per la sperimentazione (Foto repertorio ANSA)

ROMA – Quanto tempo ci vuole per sviluppare un vaccino contro il Coronavirus? Questa è la domanda che tutti ora si stanno facendo, ma per cui al momento non esiste una risposta. I ricercatori di tutto il mondo, sia negli ospedali che nelle case farmaceutiche, stanno studiando il viso e ci vorranno almeno 3 mesi affinché si possa individuare un vaccino e iniziare una sperimentazione sull’uomo. 

Dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, ha dichiarato l’emergenza per l’epidemia di 2019-nCov, si lavora per cercare una cura e limitare la diffusione del virus. Il governo cinese ha rifiutato l’aiuto degli Stati Uniti, che aveva offerto una sua squadra di esperti in supporto ai ricercatori di Pechino, ma ha accettato l’aiuto delle compagnie farmaceutiche statunitensi, che hanno inviato medicine antivirali per curare le persone già contagiate.

Coronavirus, quanto tempo per sviluppare un vaccino?

I tempi tecnici per sviluppare un vaccino però vanno dai 3 ai 6 mesi, secondo Anthony Fauci, il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. I ricercatori cinesi lo scorso 10 gennaio hanno pubblicato la mappa genetica del virus, dando modo agli scienziati di tutto il mondo di attivarsi e poter lavorare.

Le problematiche per lo sviluppo di un vaccino vanno dall’identificazione e dalla mappatura genetica del virus, fino alla sperimentazione sull’uomo. Riuscire a ottenere un vaccino dal sequenziamento del virus è importante per la sua efficacia, ma prima di una distribuzione su larga scala serviranno test per evirare che possano esserci importanti effetti collaterali sull’uomo, oltre che valutarne la sua effettiva efficacia.

I ricercatori del Peter Doherty Institute di Melbourne, in Australia, sono stati i primi a ricreare il coronavirus in laboratorio al di fuori dalla Cina. Yuen Kwok Yung, responsabile del dipartimento per le malattie infettive della University of Hong Kong, in una intervista al South China Morning Post sostiene di aver già prodotto il vaccino, ma che i test sull’uomo non potranno iniziare prima di un anno.

In Italia le aziende biotech che lavorano al vaccino sono la Takis e la Evvivax, di cui l’amministratore delegato Luigi Aurisicchio ha detto: “In quattro, massimo cinque settimane potremmo concludere gli studi sui roditori e passare poi all’ uomo, per averlo disponibile forse anche entro questa estate”.

Coronavirus, anche Janssen annuncia corsa al vaccino

Anche la società farmaceutica Janssen, come riferito dalla Johnson&Johnson, ha iniziato a sviluppare un vaccino contro il coronavirus. Il programma vaccinale sfrutterà le stesse tecnologie usate nello sviluppo e nella produzione del vaccino sperimentale di Janssen contro l’Ebola (attualmente implementato nella Repubblica Democratica del Congo e in Ruanda) e per creare i candidati vaccini dell’azienda contro i virus Zika, Rsv e Hiv.

L’approccio include anche una analisi per determinare se i farmaci precedentemente testati possano essere utilizzati per aiutare i pazienti a sopravvivere a un’infezione da coronavirus e a ridurre la gravità della malattia nei casi non letali. Oltre a ciò, Janssen ha donato 300 confezioni di un suo farmaco contro l’Hiv a base di darunavir/cobicistatal al Centro clinico per la sanità pubblica di Shanghai e all’Ospedale Zhongnan dell’Università di Wuhan per il loro utilizzo nella ricerca. Sono state fornite anche altre 50 confezioni al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie per le indagini di laboratorio.

“Stiamo collaborando con le autorità regolatorie, le organizzazioni sanitarie, le istituzioni e le comunità in tutto il mondo per fare in modo di garantire che le nostre piattaforme di ricerca, la scienza e le competenze esistenti in materia di epidemie possano essere massimizzate al fine di arginare questa minaccia alla salute pubblica”, ha detto Paul Stoffels, vicepresidente del Comitato esecutivo e direttore scientifico di Johnson & Johnson.

(Fonte ANSA, OMS)