Zimbabwe, il network di nonne volontarie contro la depressione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 ottobre 2018 6:07 | Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2018 10:53
Nonne contro la depressione

Zimbabwe, il network di nonne volontarie contro la depressione (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Depressione, una nuova terapia: un network di nonne volontarie che dal cuore dell’Africa estende la sua esperienza ai Paesi più ricchi del mondo.

Il racconto che fa Rachel Nuwer della Bbc, è impressionante e anche commovente. Punto di partenza, lo Zimbabwe, in Africa e uno dei 12 psichiatri in questo Paese di 12 milioni di abitanti, è Dixon Chibanda di Harare.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, nel mondo oltre 300 milioni di persone soffrono di depressione, la principale causa di disabilità a livello mondiale e comporta 800.000 suicidi l’anno, la maggior parte dei quali si verificano nei paesi in via di sviluppo.

Non è noto quanti zimbabwiani soffrano di depressione, ma certamente è un numero alto, dopo un secolo di “traumi psicologici”: dalla guerra di Bushian Rhodes al massacro di Matabeleland e altre atrocità. Tuttavia, coloro che soffrono di depressione hanno poche opzioni a causa della carenza di professionisti della salute mentale.

Chibanda, che è direttore dell’African Mental Health Research Initiative e professore associato di psichiatria all’University of Zimbabwe e alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, è uno dei 12 psichiatri che praticano la professione nello Zimbabwe, una nazione con oltre 16 milioni di persone. Statistiche tristi ma tuttavia tipiche dell’Africa sub-sahariana, dove il rapporto tra psichiatri e psicologi per i cittadini è di uno ogni 1,5 milioni. “Alcuni paesi non hanno nemmeno un solo psichiatra”, osserva Chibanda.

Il programma, secondo Chibanda, può servire da modello per qualsiasi comunità, città o paese, interessato a offrire servizi di salute mentale accessibili, a prezzi contenuti e altamente efficaci per i residenti. “Immaginate se potessimo creare una rete mondiale di nonne in ogni grande città del mondo”. In ogni caso, ciò non vuol dire che Chibanda inizialmente credesse che avrebbe funzionato.

Le nonne, volontarie della comunità, non avevano esperienza nella consulenza di salute mentale e la maggior parte aveva un’istruzione minima. “Ero scettico sull’uso delle donne anziane”, ammette lo psichiatra né era l’unico. “Moltissime persone pensavano che fosse un’idea ridicola, i miei colleghi mi avevano detto ‘E’ una sciocchezza’”.

Le nonne, come detto erano volontarie della comunità, non avevano esperienza nella consulenza per la salute mentale ma in assenza di altre opzioni, Chibanda iniziò ad addestrarle come meglio poteva. All’inizio, ha cercato di rispettare la terminologia medica occidentale, usando termini come “depressione” e “propositi suicidi” ma le nonne avevano detto che non avrebbe funzionato. Per far capire alle persone, insistevano, avevano bisogno di comunicare attraverso concetti culturalmente radicati con cui avrebbero potuto identificarsi. Avevano bisogno, in altre parole, di parlare la lingua dei pazienti. Oltre all’addestramento formale hanno lavorato insieme per incorporare i concetti Shona di apertura della mente, il rafforzamento e il conforto dell’anima.

“L’addestramento è radicato nella terapia basata sulle prove ma al contempo nei concetti indigeni. Penso che sia in gran parte una delle ragioni per cui ha avuto successo, poiché è davvero riuscito a riunire questi diversi elementi usando la conoscenza e la saggezza locali”. Nonna Rudo Chinhoyi, una donna minuta con un sorriso lieve e i capelli spruzzati d’argento è entrata nel programma “Friendship Bench” fin dall’inizio.

“Ho aderito perché volevo aiutare le persone della comunità. Le persone depresse erano troppe. Ce n’erano tantissime e volevo ridurre il numero”. “Sono sempre stata così, desidero aiutare gli altri”, aggiunge con un sorriso e un’alzata di spalle. “Do molto valore agli esseri umani”. Chinhoyi, 72 anni, ha perso il conto del numero di persone che ha curato quasi quotidianamente negli ultimi 10 anni. Incontra regolarmente persone sieropositive, tossicodipendenti, povere, che soffrono la fame, coppie sposate infelici, anziani soli, donne incinte e nubili. Indipendentemente dal loro background o dalle circostanze, inizia le sessioni nello stesso modo:

“Mi presento e dico:’Qual è il tuo problema? Raccontami tutto e lascia che ti aiuti con le mie parole'”. Dopo aver ascoltato la storia della persona, Chinhoyi guida il paziente fino a quando non arriva a una soluzione per conto proprio. Fino a quando il problema non sarà completamente risolto, seguirà la persona quasi ogni giorno per assicurarsi che rimanga nel programma. Una volta, ad esempio, Chinhoyi ha incontrato un uomo la cui moglie era appena scappata con il proprietario della loro casa in affitto.

“Il marito voleva prendere un’ascia per aggredire la coppia, ma l’ho convinto a non farlo”. “Ho detto al ragazzo, ‘se vai in prigione, i tuoi figli resteranno soli, non ne vale la pena’”. L’uomo a quel punto non è ricorso alla violenza, ha divorziato dalla moglie e ora è felicemente risposato. Provenienti dalle stesse comunità dei pazienti, Chinhoyi e le altre nonne hanno spesso vissuto gli stessi traumi sociali. Eppure Chibanda e i colleghi sono rimasti stupiti nello scoprire che le nonne stesse, sorprendentemente, presentano bassi tassi di disturbi da stress post-traumatico e altri disturbi mentali comuni. “Ciò che notiamo nelle nonne è la straordinaria capacità di recupero di fronte alle avversità”, commenta Chibanda. Le nonne inoltre affrontano con grandi energie le situazioni di persone che giorno dopo giorno sono sull’orlo di una crisi. “Stiamo cercando di capire il perché ma ciò che è emerge è il concetto di altruismo, le nonne sentono davvero di fare qualcosa d’importante nella vita delle persone”, sostiene Chibanda. Nel 2009, Chibanda era certo che il programma funzionasse sia in termini di miglioramento della qualità della vita dei pazienti, sia rispetto alla diminuzione dei suicidi.

Il dipartimento sanitario cittadino di Harare, che finanzia il programma, era pienamente convinto e i pazienti venivano regolarmente indirizzati da cliniche, scuole, polizia. Ma affinché la Friendship Bench potesse essere riconosciuta e riprodotta in tutto il mondo, Chibanda avrebbe dovuto prima dimostrare scientificamente che il programma funzionava. In collaborazione con colleghi dello Zimbabwe e del Regno Unito, nel 2016 Chibanda ha pubblicato sul Journal of American Medical Association i risultati di uno studio controllato randomizzato sull’efficacia del programma. I ricercatori hanno diviso in due gruppi 600 persone con sintomi di depressione. Dopo sei mesi hanno scoperto che il gruppo che era in contatto con le nonne aveva sintomi depressivi significativamente più bassi rispetto al gruppo sottoposto a un trattamento convenzionale.

“Siamo rimasti entusiasti dei risultati, hanno dimostrato che l’intervento delle nonne sta avendo un notevole impatto sulla vita quotidiana delle persone e sulla loro vitalità”, afferma Victoria Simms, epidemiologa della London School of Hygiene and Tropical Medicine e coautore dello studio. “Si tratta di dare alle persone gli strumenti di cui hanno bisogno affinché risolvano i loro problemi”. Attualmente, aggiunge, sono in corso altre due prove scientifiche, tra cui una che ad Harare esamina un nuovo programma di Youth Friendship Bench e un’altra creata appositamente per i giovani sieropositivi.

Il programma si è esteso anche ad altri paesi e in questo modo Chibanda e i colleghi hanno scoperto che non solo va bene per le altre culture ma inoltre le nonne sono le uniche in grado di offrire una consulenza efficace. In Malawi, la Friendship Bench si avvale dell’interveno di consulenti anziani di entrambi i sessi, mentre a Zanzibar i terapisti sono uomini e donne più giovani. I consulenti di New York sono i più diversi, incluse persone di tutte le età e razze, alcuni dei quali provengono dalla comunità LGBTQ.

“Copriamo tutte le eventualità, la popolazione di New York City è molto ampia”, afferma Takeesha White, direttore esecutivo dell’Office of Strategic Planning and Communications presso il Department of Health’s Center for Health Equity Dipartimento di NYC. “Quando ho visitato New York, sono rimasto piacevolmente sorpreso nel constatare che i temi affrontati dai newyorkesi sono molto simili ai problemi presenti nello Zimbabwe”, dice Chibanda. “Sono problemi legati alla solitudine, all’accesso alle cure, è necessario soltanto che la persona capisca che ciò che sta provando può essere curato”. Rispetto allo Zimbawe ci sono molti più psichiatri a New York, eppure il rapporto tra medici e residenti – circa uno su 6.000 a NYC – è ancora problematico, è difficile fornire accesso alle cure, soprattutto per i meno privilegiati. Lo stesso vale per molti altri paesi in tutto il mondo, incluso il Regno Unito, che ora sta valutando la possibilità di lanciare a Londra un programma di Friendship Bench. “Il programma non è da ritenere una soluzione valida solo per i paesi a basso reddito poiché in realtà potrebbero beneficiarne i paesi di tutto il mondo”, commenta Victoria Simms.