Altro che costola. Eva è nata “dall’osso del pene” di Adamo

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 12 luglio 2012 19:00 | Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2012 20:09
Adamo ed Eva di Lucas Cranach

Adamo ed Eva di Lucas Cranach

ROMA – Lasciate le costole ai pranzi pasquali. Nella creazione l’osso in ballo era un altro. Ben più adatto ad un processo “ri-produttivo”: l’osso del pene. Ma il pene non è un osso, si obietterà. Proprio per questo, perché l’osso che stava a sorreggere il membro maschile del primo uomo Adamo è stato tolto per creare Eva.

La tesi può esser vista quasi come blasfema. Ma a sostenerla è un professore americano, Scott Gilbert, docente di biologia allo Swarthmore College, in Pennsylvania. E a darle eco è un giornalista scientifico francese tra i più noti, che scrive, tra l’altro, per Le Monde: Pierre Barthélémy.

E’ scritto nella Genesi (2,21-2,25): “Il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. 24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. 25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.

Il professor Scott si è interrogato sul perché Dio avesse scelto per un atto così importante come la creazione dell’altra metà dell’umanità un osso tanto insignificante come una costola. Ipotizzando che l’osso fosse quello (perduto) del pene Gilbert spiegherebbe anche la differenza fondamentale tra uomo e donna. Inoltre se davvero fosse stata una costola l’osso originale ci sarebbe dovuta essere una differenza nel numero di costole di uomini e donne, secondo Gilbert. Da qui l’ipotesi formulata nel lontano 2001: se ci fosse stato un errore di traduzione proprio sull’osso?

Gilbert ha chiesto lumi a Ziony Zevit, professore di Letteratura Biblica e Linguaggi Semitici alla American Jewish University di Los Angeles.

Il professor Zevit gli avrebbe spiegato che la parola ebraica usata per descrivere l’operazione divina significa effettivamente “la costola” o “il fianco” (sia di un essere umano sia di una montagna), ma potrebbe anche prendere il senso di “trave”, “tavola” o di “colonna”, descrivere brevemente un elemento di sostegno. Questa spiegazione ha fatto sorgere in Gilbert l’idea sull’osso che Dio avrebbe sottratto all’uomo.

Ecco quindi: altro che costole. L’osso dell’origine femminile è il baculum, o osso penico (ma letteralmente in latino significa “bastone” o “verga”…). Un osso presente nel pene di molti mammiferi placentati, in primati come il gorilla o lo scimpanzé, ma non nell’uomo.

Si tratta di un osso che permette di ottenere un’erezione rapida. E all’uomo antico, sottolinea Barthelemy su Le Monde, difficilmente può essere sfuggito che gli animali ce l’avevano e lui no. Per di più in ebraico all’epoca non c’era una parola specifica per designare il baculum, e questo spiegherebbe l’uso di una circonlocuzione.

Per non farsi mancare nulla, Gilbert aggiunge alla propria teoria un’ultimo particolare. Nella Genesi è scritto che Dio avrebbe “richiuso la carne” dell’uomo dopo aver portato via il misterioso osso. Un’operazione che implicherebbe, secondo il professore, una sutura, una cicatrice. E l’unica cicatrice visibile sul corpo dell’essere umano è l’ombelico, che certo non è molto vicino alle costole.

C’è invece una sorta di “sutura”, scrive Bathélémy, che percorre tutto l’organo riproduttivo maschile, il rafe perineale, che arriva fino al perineo. Come a ricordare l’osso che non c’era. In compenso l’uomo s’è ritrovato la donna. Ne sarà valsa la pena?

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