Alieno di Atacama, ecco cos’è: un feto umano con mutazioni genetiche

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 marzo 2018 0:18 | Ultimo aggiornamento: 23 marzo 2018 0:18
Alieno di Atacama è feto umano con mutazioni genetiche

Alieno di Atacama, ecco cos’è: un feto umano con mutazioni genetiche

ROMA – L’alieno di Atacama non è un alieno. Lo scheletro umanoide trovato in Cile e lungo appena 15 centimetri non appartiene ad un extraterrestre, ma ad un feto umano di una bambina modificato da mutazioni genetiche.

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Cranio allungato, orbite oculari oblique e 10 paia di costole: il piccolo scheletro mummificato e trovato 15 anni fa nel deserto del Cile sembrava davvero un alieno un miniatura. Le analisi del Dna però hanno svelato che si tratta di un feto umano di sesso femminile, deformato da una manciata di anomalie genetiche, alcune delle quali sconosciute finora.

Lo scheletro ha “appena” 40 anni, come rivelano i risultati delle analisi del Dna pubblicati sulla rivista Genome Research dall’Università di Stanford e da quella della California a San Francisco. Garry Nolan, docente di microbiologia e immunologia a Stanford, ha spiegato:

“Ho saputo di questo esemplare da un mio amico e sono riuscito ad averne una foto: è impossibile guardarlo e non pensare che sia interessante, è sensazionale. Per questo ho detto al mio amico, ‘qualunque cosa sia, se ha un Dna, posso analizzarlo'”.

Il sequenziamento, condotto in collaborazione con Atul Butte, direttore dell’Istituto di scienze computazionali per la salute dell’Università della California, dimostra che lo scheletro, chiamato ‘Ata’, ha un Dna umano tipicamente cileno, perché presenta caratteristiche riconducibili ad antenati nativi americani ed europei. A determinare le deformità dello scheletro sarebbero state alcune rare mutazioni ritrovate in 7 geni legati a malattie come il nanismo, la scoliosi e varie anomalie muscolo-scheletriche.

Secondo i ricercatori, lo studio delle ossa precocemente invecchiate di Ata (che dimostrano 6-8 anni di età) potrà essere d’aiuto nella lotta alle malattie dell’osso e perfino nella ricerca di farmaci per accelerarne la riparazione in caso di frattura, ma non solo. Butte ha spiegato:

“Analizzare un campione enigmatico come quello del genoma di Ata ci può insegnare come gestire oggi in ambito medico i campioni, magari legati a più mutazioni. Quando studiamo il genoma di pazienti con sindromi insolite, ci potrebbe essere più di un gene o di un meccanismo coinvolto dal punto di vista genetico, cosa che non viene sempre considerata”.

Invece di cominciare a studiare la malattia cercando il gene mutato che potrebbe spiegarla, si potrebbe procedere al contrario, comparando il Dna del paziente con quello di persone sane: le differenze genetiche così emerse potrebbero svelare i meccanismi biologici alla base della malattia.