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Creature preistoriche negli abissi dei mari australiani: potrebbero insegnarci qualcosa sull’epilessia

A più di 1400 metri sotto la superficie dell’acqua, al largo delle coste della regione del Queensland, 350 Km a Nord Est della città australiana di Cairns, vivono creature preistoriche e, a quanto affermano gli scienziati dell’Australian Research Council protagonisti della missione nota come Deep Australia Project condotta nell’area della grande barriera corallina, lo studio dei loro occhi e del loro cervello potrebbe aiutarci a capire i meccanismi della visione e della fisiologia umana e insegnarci qualcosa di più su disturbi mentali come l’epilessia.

Inoltre, l’aver trovato a quelle profondità forme di vita potrebbe dare risposta a quesiti insoluti sull’origine dell’evoluzione umana.

La scoperta è stata possibile grazie a telecamere speciali appositamente costruite per catturare immagini sul fondo dell’oceano in condizioni di luce quasi inesistente: finora, infatti, come dice il professor Marshall, capo del progetto di ricerca, non si sapeva quali fossero né si conosceva il comportamento degli esseri viventi nelle profondità abissali di quella che è considerata la più grande biosfera australiana, cioè la Osprey Reef, parte della Coral Sea Conservation Zone.

E’ stato trovato lo squalo a sei branchie, un pesce di 4 metri di lunghezza, considerato un fossile vivente per la sua somiglianza allo squalo che visse centinaia di migliaia di anni fa, che è capace  di trovare cibo e di orientarsi nel buio degli abissi. Secondo il Queensland Brain Institute, lo studio del sistema sensoriale di questo squalo potrebbe chiarire  l’origine dell’evoluzione della visione umana, mentre il pesce rana, trovato alle stesse profondità, ci potrebbe dire come i suoi lunghi “capelli”  trasmettono le informazioni sensoriali al suo cervello.

Anche un antico parente del calamaro e del polpo ( come il polpo Paul protagonista dei mondiali 2010), il Nautilus, un mollusco a dimora in una conchiglia considerato estinto in seguito al ritrovamento del suo fossile risalente al Paleozoico ma poi scoperto in vita per la prima volta nel 1829, potrebbe dare il suo contributo facendoci capire come funziona il suo meccanismo visivo in luoghi così oscuri pur mancando i suoi occhi di una lente. Studiare sistemi originali come gli  occhi ed il cervello primitivo del Nautilus, afferma il professor J. Marshall, è interessante sia per il suo valore intrinseco che per  capire meglio disturbi mentali che possono portare a condizioni patologiche quali l’epilessia.

La ricerca, afferma il capo del progetto, è stata resa più urgente sia dalla recente fuoriuscita di petrolio che sta toccando la  Grande Barriera Corallina che dalla crescente minaccia alla sua biodiversità causata dal  riscaldamento e dell’acidificazione degli oceani.

Le sofisticate telecamere, che hanno catturato le immagini a più di 1400 metri sotto la superficie del mare, saranno ora inviate nel Golfo del Messico per monitorare gli effetti della marea nera sulla vita marina.

I fossili viventi, riconosciuti tali dagli stessi scienziati del Deep Australia Project, dopo essere stati prelevati e studiati in laboratorio, sono stati rimessi in mare.

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