Come Gesù: nel delta del Po i resti di un uomo crocifisso 2.000 anni fa dai Romani

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 giugno 2018 9:04 | Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2018 9:04
Come Gesù: nel delta del Po i resti di un uomo crocifisso 2.000 anni fa dai Romani

Come Gesù: nel delta del Po i resti di un uomo crocifisso 2.000 anni fa dai Romani

ROMA – E’ stato messo in croce dai Romani come Gesù, l’uomo di 2.000 anni fa ritrovato in una sepoltura anonima e isolata vicino a Rovigo: secondo caso documentato al mondo di una crocifissione d’epoca romana, era probabilmente uno schiavo trentenne, di bassa statura e di corporatura gracile. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] I segni dell’esecuzione, rimasti impressi sulle ossa del piede, sono stati esaminati da un gruppo di esperti delle Università di Ferrara e Firenze, che pubblicano i risultati dello studio sulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences.

Il reperto era stato scoperto durante gli scavi archeologici d’emergenza condotti tra il 2006 e il 2007 dall’allora Soprintendenza Archeologica del Veneto, in occasione della posa in opera del metanodotto in località La Larda di Gavello, nei pressi di Rovigo. “Nonostante le cattive condizioni di conservazione, abbiamo potuto dimostrare la presenza di segni sullo scheletro che indicano una violenza assimilabile alla crocifissione”, afferma l’antropologa Emanuela Gualdi dell’Università di Ferrara.

“Il calcagno destro, l’unico conservato, mostra inequivocabilmente una lesione peri mortem (sfondamento) dal lato mediale (foro d’entrata): la lesione attraversa poi il calcagno fino al lato esterno del piede, confermando l’ipotesi di un’esecuzione tramite crocifissione”, aggiunge la collega Nicoletta Onisto. “Questo tipo di esecuzione – precisa Ursula Thun Hohenstein – veniva generalmente riservata agli schiavi. La stessa marginalizzazione topografica della sepoltura induce a pensare che si trattasse di un individuo ritenuto pericoloso e negletto dalla società in cui viveva che lo rifiutò anche dopo la morte”.

L’importanza della scoperta “risiede nel fatto che è il secondo caso documentato al mondo”, sottolinea Thun. “Nonostante questo brutale tipo di esecuzione sia stato perfezionato e praticato a lungo dai Romani, le difficoltà di conservazione delle ossa lesionate e di interpretazione dei traumi ostacolano il riconoscimento delle vittime di crocifissione”.

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