Giacomo Rizzolatti: università malata di burocrazia, aboliamo le cattedre a vita

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Maggio 2014 7:31 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2014 17:09
Giacomo Pizzolatti: università malata di burocrazia, aboliamo le cattedre a vita

Giacomo Rizzolatti (foto Cirone-Musi, Wikimedia)

ROMA – C’è un italiano che ha vinto il Brain Prize, una sorta di Nobel per neuroscenziati. Si chiama Giacomo Rizzolatti, è stato nel 1992 lo scopritore dei “neuroni specchio“, quelli che aiutano a capire come funziona l’empatia. Ed ha ricevuto dalle mani della principessa Mary di Danimarca un premio nato nel 2011 ma già molto quotato, nonché più ricco del Nobel: un milione di euro. A Cristina Gabetti del Corriere della Sera Pizzolatti spiega che a sponsorizzare il Brain Prize c’è la Lundbeck, una azienda farmaceutica che non ha, come dire, problemi di liquidità.

Il professore, nato a Kiev il 28 aprile 1937 da una famiglia di emigranti friulani, è rientrato in Italia già da bambino, in fuga dalla guerra e nel nostro Paese ha costruito la sua carriera da star della scienza. Così il premio diventa un’occasione per fare il punto sui problemi dell’università e della ricerca italiana, ramo nel quale

«la burocrazia è diventata insopportabile e l’unica soluzione per lavorare bene è di avere fondi al di fuori dell’amministrazione universitaria. Pensi che nel nostro dipartimento c’e un canadese che voleva comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire la trafila stabilita di una “spending review”. Attesa: un paio di settimane. O paghiamo di tasca nostra o smettiamo di lavorare. Non le dico se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente, dopodiché, ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, si aspettano 20 giorni perché il bando diventi pubblico, si fa il concorso che, concluso, va alla Corte dei conti per l’approvazione. Se voglio un’analisi statistica devo aspettare tre mesi. In Germania l’hai in un giorno. Ci trattano come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è logico contenere al massimo i prezzi, ma per un pezzettino di plastica… Nei paesi anglosassoni si va sulla fiducia — chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito. Da noi tra spending review e la legge Gelmini è praticamente impossibile lavorare. Il fondo che voglio creare servirà anche per queste piccole cose».

Nell’intervista a Rizzolatti, parte del libro “A Passo leggero” (Bompiani) di Cristina Gabetti, il neuroscienziato ricorda una proposta che aveva fatto nel 2008, quando si discuteva della riforma Gelmini: abolire le cattedre universitarie a vita, mettendo su un sistema che ogni cinque anni esamina i professori universitari.

«Puoi restare fino a 90 anni se sei capace, altrimenti vai a casa anche a 50. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Sei anni fa ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso ci vuole controllare. Io pensavo che sarebbero stati contenti — se mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente, hai più posto per i giovani. Il merito è un concetto basilare per l’università, forse per il catasto no; non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì. È il sistema adottato al Riken, un centro di ricerca giapponese di altissimo livello parallelo all’università. Lì non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: la sua produzione scientifica non è considerata buona, le diamo due anni per trovarsi un altro posto».