iCub il robot bambino giocherà coi nostri figli. Noi dove saremo? Su Marte?

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 14 giugno 2018 6:06 | Ultimo aggiornamento: 14 giugno 2018 0:08
iCub il robot bambino giocherà coi nostri figli. Noi dove saremo? Su Marte?

iCub il robot bambino giocherà coi nostri figli. Noi dove saremo? Su Marte?

È inverosimile ipotizzare che nel 2050 vedremo i nostri bambini giocare in un parco pubblico [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] insieme con “iCub”, il robot bambino (cub, cucciolo) ?

La domanda potrebbe apparire speciosa, ma se guardiamo al futuro con le tendenze che si stanno delineando nel presente, ne comprendiamo l’appropriatezza.

Si, perchè dopo anni di ricerca e sviluppo, la robotica made in italy ci presenta in «carne ed ossa» il suo umanoide più evoluto. Niente più libri, niente più pellicole hollywoodiane di successo: oggi ciò che la fantasia aveva creato è diventato realtà. Che prima o poi ci saremmo arrivati lo sapevamo tutti. Semmai i dubbi si concentravano sul quando e come sarebbe accaduto.

Ma cos’è iCub e cosa può fare?

Iniziamo con il dire che è alto 1,04 metri, pesa 25 chilogrammi e corrisponde ad un bambino di quattro anni. A vederlo è esattamente come gran parte di noi se lo sono da sempre immaginato: occhi grandi, una testa rotondissima senza capelli, bianca, che sembra di porcellana, gambe e braccia robotiche, ed un’infinità di tecnologie dentro ad un corpo ricoperto da una pelle artificiale, come fosse un’armatura. Di lui sappiamo che nasce nel 2004 da un progetto dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, e che grazie a numerose partnership sviluppate negli anni, ha raggiunto importanti risultati, tali da farlo essere oggi, il più avanzato robot bambino nel mondo.

L’ultima versione di iCub, la generazione 3.0, presenta caratteristiche strabilianti: esprime emozioni come la gioia, il disappunto e la sorpresa; riesce a camminare, ad afferrare e schivare gli oggetti, e soprattutto impara dagli errori. Si, avete capito bene, impara dagli errori. Questo vuol dire che se la sua prima presa non sarà efficace, con la seconda, la penna che gli avrete porto, con buone probabilità non cadrà a terra.

Per comprendere come ciò avvenga basterà sapere che dentro iCub corrono dei canali percettivi ai quali innumerevoli sensori – solo nella mano se ne contano più di 5000 – trasmettono una impressionante mole di dati che scansionano il mondo con il quale il robot interagisce.

Il passaggio qualitativo da una macchina programmata, ad una intelligente che si migliora correggendosi, non sfugge a nessuno, e se ancora è lontano il tempo nel quale questi robot entreranno nelle nostre case per sostenerci nella quotidianità, ad oggi sono già pronti ad esempio per affiancare ed aiutare bambini autistici.

É innegabile che iCub sia da considerare un fiore all’occhiello della capacità italiana di produrre strumenti tecnologicamente all’avanguardia nel mondo, ma è altresì inevitabile, per la natura stessa del progetto, che parallelamente alle giuste soddisfazioni, ci si interroghi su quale equilibrio dovrà comporsi nel futuro il rapporto tra uomo e macchina.

Il dibattito su questo tema non è sicuramente nuovo e spazia in una sterminata terra di argomentazioni, problematiche e prospettive. Con moderato ottimismo si può escludere il rischio per l’umanità di essere detronizzata e schiavizzata da un esercito globale di umanoidi, ma i dubbi che si insinuano pensando al futuro, non sono meno inquietanti. Ad esempio, è giusto chiedersi se questa nuova tecnologia riuscirà a rendere l’uomo «più libero» e «meno alienato»?

Lo spunto per osservare da quest’ultima prospettiva il problema ce lo offre Hartmut Rosa, docente di Sociologia e Scienze politiche all’Università Friedrich Schiller di Jena, secondo il quale – lo spiega bene nel suo libro “Accelerazione e alienazione” (Einaudi) – le nuove tecnologie, sostituendo l’uomo in molti compiti, hanno certamente «liberato» una quantità di tempo importante, ma quest’ultima, che doveva essere destinata alla “buona vita” è stata invece riempita, nel migliore dei casi, di nuove incombenze. Ciò ha provocato, assieme ad altre dinamiche, alienazione, disagio e insoddisfazione.

Ben venga quindi iCub che andrà, come nel caso della generazione 3.0, ad affiancare ed aiutare persone diversamente abili, ma se in un ipotetico 2050, un modello di umanoide più sviluppato ci sostituirà in molti dei nostri compiti, quel tempo che avremmo guadagnato a cosa sarà destinato? Continuando nel ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, potremmo immaginare una società nella quale i robot producono e noi beneficiamo del loro lavoro, godendo del nostro tempo libero come si faceva nell’Antica Grecia? Oppure saremo sostituiti nei nostri compiti attuali da un esercito di robot e rigenerati per servire in altro modo una nuova forma, ad esempio, di capitalismo? Certamente, provocazioni al dibattito, ma tra le pieghe del ragionamento qualche verità fa ugualmente capolino.

È inverosimile ipotizzare che nel 2050 vedremo i nostri bambini giocare in un parco pubblico insieme ad “iCub”, il robot bambino? No, potrebbe accadere, ma non è questo il punto. Ancora più importante sarà capire se noi saremo lì accanto, comodamente seduti su di una panchina a leggere un libro, o su Marte, depressi ed accelerati da una vita multitasking che annullerà qualsiasi differenza tra noi ed i robot, tra l’uomo e la macchina: “Le braccia di acciaio cromato del robot – capaci di piegare una sbarra dello spessore di sei centimetri – stringevano la bambina delicatamente, amorosamente e i suoi occhi splendevano di un rosso intenso”, Isaac Asimov.

  

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