Kenya, come si viveva 67mila anni fa: scoperti gli albori della tecnologia

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 maggio 2018 7:00 | Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2018 0:15
kenya reperti

Kenya, come si viveva 67mila anni fa: scoperti gli albori della tecnologia

ROMA – In Kenya è stato ritrovato un tesoro di manufatti che rivelano come vivevano i cacciatori-raccoglitori africani. Gli archeologi che scavavano una grotta, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] sostengono fosse un rifugio che per migliaia di anni ha ospitato i primi uomini durante l’Età della pietra e l’Età del ferro.

Hanno trovato una vasta gamma di oggetti, tra cui strumenti di osso, pastelli ocra e gusci di conchiglie, esaminati poi dagli scienziati, scrive il Daily Mail.

I manufatti hanno rivelato che circa 67.000 anni fa, i nostri antenati hanno dato il via a un periodo di innovazione tecnologica, realizzando oggetti più piccoli, migliori e più efficienti.

Gli esperti hanno trovato strumenti di pietra realizzati in modo accurato, risalenti all’Età della pietra media, nota anche come Mesolitico, con un netto cambiamento nella tecnologia man mano che progrediva l’Età della pietra.

I primi esseri umani erano attratti dalla stabilità della regione, secondo i ricercatori del Max Planck Institute che hanno guidato lo studio.

Il sistema di grotte, chiamato Panga ya Saidi e situato nell’Africa orientale costiera, è rimasto un luogo sicuro in cui vivere nel tempo mentre altre zone dell’Africa erano inospitali. Di conseguenza,è stata parte integrante del primo sviluppo umano.

Nicole Boivin, ricercatrice principale del progetto, ha dichiarato: “L’entroterra costiero dell’Africa orientale e le sue foreste sono state a lungo considerate marginali rispetto all’evoluzione umana, quindi la scoperta della grotta di Panga ya cambierà certamente le opinioni e le percezioni degli archeologi”.

Il team internazionale di ricercatori che hanno studiato le grotte afferma che è la prima volta che gli scienziati hanno trovato prove dirette della presenza di umani nell’Africa orientale.

La regione non è stata studiata ampiamente, poiché la maggior parte dei precedenti lavori erano incentrati sulla Rift Valley e sul Sud Africa.

E’ stata una zona di tregua dal clima estremo, in cui le persone potevano sopravvivere nutrendosi di piante e animali dei dintorni, sostengono gli esperti.

Altre parti dell’Africa, dove all’epoca c’erano gli ominidi, stavano cambiando e sperimentavano condizioni climatiche rigide e estreme.

Hanno vissuto a lungo nella regione, costruendo case nella zona e utilizzando ciò che forniva la terra.

Patrick Roberts, coinvolto nello studio, ha aggiunto:”L’occupazione di un ambiente di foresta tropicale-pascolo ci dà la conferma che i primi uomini, in Africa vivevano in una varietà di habitat”.

Si pensa che la miniaturizzazione degli strumenti di pietra rifletta i cambiamenti nelle pratiche e nei comportamenti della caccia.

Il Pang ya Saidi ha ospitato gli esseri umani per migliaia di anni, non vi era alcun segno di interruzione della loro presenza intorno al periodo della super-eruzione di Toba 74.000 anni fa.

L’enorme eruzione ha innescato un “inverno vulcanico” e molti esperti hanno ritenuto che fosse la causa di una quasi totale estinzione dei nostri antenati.

E ciò indica l’adattabilità e la flessibilità dell’Homo sapiens. Colonizzare nuove aree è diventato un segno distintivo degli esseri umani e ha portato a una serie di strategie di sopravvivenza che consentirono alle persone di vivere in habitat diversi, tra cui foreste tropicali, zone aride, coste e ambienti freddi che si trovano a latitudini più elevate.

La situazione meteorologica africana estremamente varia ha preparato le specie a migrare successivamente fuori dal continente.

Il coautore dello studio, Michael Petraglia, ha concluso:”I ritrovamenti a Panga ya Saidi scalzano le ipotesi sull’uso delle coste come una sorta di “autostrada” che convogliava gli esseri umani migranti fuori dall’Africa e attorno all’Oceano Indiano”.