Omosessualità mix di geni e ambiente. Studio su 500mila persone smentisce il “gene gay”

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 29 Agosto 2019 20:02 | Ultimo aggiornamento: 29 Agosto 2019 17:13
Omosessualità e genetica

Un cartello a una protesta per i diritti Lgbt (Foto archivio ANSA)

ROMA – Non esiste un “gene gay” che predica l’omosessualità. Un nuovo studio condotto su circa 500mila persone ha preso in esame i comportamenti sessuali e scoperto che esistono una migliaia di geni che influenzano il comportamento sessuale, tanto che prevederlo dal Dna di un singolo individuo non è possibile. I ricercatori guidati anche dall’italano Andrea Ganna, del Broad Institute di Harvard, hanno poi scoperto che i fattori ambientali e la cultura contribuiscono a definire l’orientamento sessuale di una persona.

Omosessualità, lo studio più ampio mai realizzato

Quello pubblicato il 29 agosto sulla rivista Science rappresenta il più ampio studio genetico condotto sul tema dell’omosessualità e ha preso in esame per l’esattezza un campione di 470mila soggetti. Data la sua ampiezza, i ricercatori sono stati in grado di affermare che le varianti genetiche non sono sufficienti a prevedere il comportamento sessuale di una persona, sia esso etero o gay. 

Non esiste un “gene gay”

I risultati ottenuti suggeriscono quindi che non esista un “gene gay”, ma migliaia di geni che in vario modo possono influenzare le scelte di una persona. Per questo motivo i ricercatori ritengono che l’orientamento sessuale di un individuo sia frutto di un complesso mix di genetica e di influenze ambientali, come osservato anche per altri comportamenti e tratti dell’essere umano. 

I soggetti hanno risposto a dei questionari e i ricercatori ne hanno esaminato il profilo genetico, grazie anche ai dati di due grandi banche genetiche: la UK Biobank e la 23andMe, Inc. Ganna, autore dello studio che lavora anche per il Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare presso l’Istituto di medicina molecolare finlandese (Fimm-Embl), ha spiegato: “Molti dei geni che individualmente hanno un piccolo effetto, se addizionati contribuiscono in modo diverso alla predisposizione individuale ad avere un orientamento omosessuale. Studi precedenti avevano suggerito la presenza di segnali genetici forti che potessero far prevedere il comportamento sessuale: uno dei più noti puntava al cromosoma X, ma nel nostro studio, con un campione 100 volte più grande, abbiamo dimostrato che non è così”. 

Migliaia di geni, piccoli effetti sull’orientamento

Nello studio solo 5 varianti genetiche sembrano avere un ruolo significativo nella definizione dell’orientamento omosessuale, ma migliaia di geni sono coinvolti ma hanno un effetto minimo. Ad esempio, alcuni di questi geni sono collegati ai percorsi biologici di ormoni sessuali o ancora all’olfatto, fornendo così indizi su cosa influenzi l’orientamento dei soggetti, come spiega Ganna all’ANSA: “Sappiamo che una di queste varianti si trova in una regione del Dna che esprime recettori per l’olfatto, mentre un’altra è associata alla calvizie maschile e probabilmente alla regolazione ormonale, ma sono solo ipotesi”.

L’autore dello studio ha poi aggiunto: “Messe tutte insieme le cinque varianti che abbiamo trovato spiegano meno dell’1% della variabilità nel comportamento sessuale. E’ probabile che esistano migliaia di altri geni legati in qualche modo al comportamento sessuale, anche se stimiamo che potrebbero contribuire al massimo per il 25% a questo tratto molto complesso, che dal punto di vista genetico rientra nella normale variabilità umana”. 

Omosessualità e genetica: un tema delicato

Il tema sollevato dai risultati dello studio è molto complesso e nonostante si tratti del più grande campione mai esaminato, le perplessità rimangono molte e non è sufficiente a definire cosa sia in termini scientifici l’omosessualità o quali siano le sue caratteristiche biologiche e biochimiche.

Melinda Mills, sociologa e ricercatrice dell’University of Oxford, ha commentato: “Nonostante abbiano trovato dei loci genetici associati al comportamento omosessuale, quando si sommano gli effetti di questi loci tra loro sono così piccoli, meno dell’1%, che si tratta di un ‘punteggio genetico’ che non è ritenuto affidabile per definire l’orientamento sessuale di una persona. Utilizzare questi risultati per la previsione, l’intervento o trovare una presunta “cura” per l’omosessualità è totalmente assurdo e impensabile”.

Lo studio apre a un dibattito decisamente spinoso. Non esiste un gene dell’omosessualità, ma tanti fattori genetici di cui tenere conto e che si sommano tra loro in modo imprevedibile, a cui va poi sommata l’influenza dell’ambiente esterno e della cultura in cui si cresce e si vive. Un risultato che è vero per altri tratti umani, che quindi fa parte di noi. Un risultato che deve essere affrontato con delicatezza e non va strumentalizzato, affinché non vi siano individui pronti a trattare l’omosessualità come una malattia, un difetto genetico da estirpare. E se qualcuno lo crede, i risultati di Ganna e colleghi dovrebbero farli riflettere su quanto siano ad oggi in errore. (Fonte Science e ANSA)