Perché la povertà influisce sull’intelligenza? Lo studio di Science

di Francesco Montorsi
Pubblicato il 8 settembre 2013 7:06 | Ultimo aggiornamento: 6 settembre 2013 17:18
Perché la povertà influisce sull'intelligenza? Lo studio di Science

Perché la povertà influisce sull’intelligenza? Lo studio di Science (foto Lapresse)

ROMA – «Maledetto il primo uomo povero» dice un antico proverbio francese. La povertà è in ogni tempo e luogo condannata, in tutte le lingue e culture. Perché stupirsene? Chi, a parte i santi, come Francesco, può non aver in odio “Madonna Povertà”? Le ragioni economiche di flagelli quali la mortalità infantile sono note. Ma la povertà, oltraggio supremo, oltre a far soffrire rende anche le persone meno intelligenti.

Numerosi studi hanno mostrato che i poveri hanno un’elevata tendenza a prendere decisioni che possono degradare la loro situazione personale (dimenticare gli appuntamenti dal dottore, gestire male le poche finanze e contrattare debiti che non possono rimborsare). Quello che è vero per l’individuo singolo vale d’altronde anche per un intero sistema economico. Le regioni povere del mondo, malgrado le entrate o gli aiuti, riproducono ciclicamente le condizione della propria povertà (si parla allora di “poverty trap”).

Le spiegazioni date per interpretare le poco avvedute scelte dei poveri evocano solitamente le condizioni socioeconomiche (cattiva educazione, infrastrutture deficienti, etc.) Uno studio scientifico pubblicato su Science (30 agosto 2013) propone un’interpretazione diversa, legata alla vita cognitiva. I poveri hanno tendenza a fare le scelte sbagliate perché vivere ogni giorno con assillanti problemi finanziari rende incapaci di concentrarsi su problemi più complessi e «parassita» le capacità del cervello.

Ricercatori nordamericani hanno fatto passare dei testi cognitivi a dei negozianti di un centro commerciale, con redditi dai 20000 ai 70000 dollari. A questi veniva proposta une situazione immaginaria. La vostra macchina ha dei problemi, la riparazione costa X dollari. Che cosa fate (la riparate, ne comprate un’altra, aspettate, chiedete un prestito)? Gli intervistatori lasciavano tempo ai negozianti per riflettere alla questione e nel mentre gli sottoponevano dei test cognitivi.

Quando la fattura non era salata (150 dollari), i negozianti a reddito più basso rispondevano altrettanto bene che i negozianti a reddito alto. Ma quando il costo era elevato (1500 dollari), i negozianti più poveri fallivano mediamente più spesso. Il loro cervello era immerso nei dilemmi finanziari che l’immaginazione gli sottoponeva e non riuscivano a concentrarsi su problemi più astratti.

Un test di controprova è stato condotto presso un gruppo di 500 contadini dello stato indiano Tamil Nadu. Questi agricoltori vivono un ciclo continuo di povertà. Sono ricchi dopo che la raccolta annuale di canna da zucchero è stata pagata (il 60% delle entrate totali) e poveri nei mesi che precedono. Qui, nessuna povertà immaginaria; essa è reale e ciclica. Ebbene, i ricercatori hanno fatto passare due test, uno prima ed uno dopo il raccolto, avendo cura di eliminare i possibili fattori di distorsione (la fatica, il basso apporto calorico, etc.). I contadini ottenevano migliori risultati nei test cognitivi fatti dopo il raccolto.

Altre ricerche neurologiche hanno mostrato che i cervelli «nascono liberi ed uguali». E’ la diseguaglianza economica che chiede, in qualsiasi momento della vita, un triste tributo alle capacità uomo.