Ponte nello stretto esisteva 20mila anni fa: così homo sapiens arrivò in Sicilia

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 18 settembre 2013 16:12 | Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2013 16:23
Ponte nello stretto esisteva 20mila anni fa: così homo sapiens arrivò in Sicilia

La sella sommersa nello stretto di Messina (Credit Photo: Enea)

ROMA – Se oggi il ponte sullo stretto di Messina è un progetto che rimane sulla carta, ben 20mila anni fa esisteva davvero. Non proprio un ponte, ma una sella che oggi si trova a 81 metri sotto il livello del mare, ma che emergeva dalle acque ed univa la Sicilia al continente europeo.

Ed è proprio attraversando quella sella che l’Homo Sapiens colonizzò la Sicilia: senza un ponte naturale i sapiens non avrebbero potuto infatti attraversare i 3,2 chilometri di stretto a causa delle forti correnti, ben 4 volte più potenti delle attuali, né a nuoto né con antiche imbarcazioni o piroghe. Altra importante testimonianza della presenza del ponte sarebbe quella del fossile dell’Equus hydruntinus, un cavallino i cui resti sono stati rinvenuti nella grotta di San Teodoro a Messina. 

Uno studio complesso quello che per due anni ha impegnato i ricercatori di diversi enti tra cui l’Enea, le università di Roma e Napoli e istituti internazionali come il Max Planck Institute, che hanno unito le conoscenze e competenze di esperti in geofisica e geologia, oceanografia, geologia marina, paleontologia, genetica, modellistica e ingegneria per risolvere l’enigma dell’attraversamento dello stretto di Messina da parte dell’Homo Sapiens.

LA SELLA SOMMERSA – Tra i 27mila ed i 17mila anni fa, nel corso dell’ultima glaciazione, il livello del Mar Mediterraneo era inferiore a quello odierno. Studiando il rischio di allagamento da parte del mare odierno, spiega Fabrizio Antonioli, geomorfologo dell’Enea, spiega che le coste e i fondali marini non sono statici, ma si innalzano e abbassano. Nel caso dello stretto di Sicilia, il fondale è costituito da strati di un particolare tipo di roccia, la ghiaia di Messina, che è soggetta ad erosione.

Studiando la combinazione del fenomeno dell‘erosione della roccia e del sollevamento del fondale, che ogni anno si innalza di 0,9 millimetri l’anno per i movimenti tettonici e l’abbassamento del livello del mare gli scienziati hanno scoperto che tra i 16 ed i 21mila anni fa l’acqua si trovava a meno 146 metri rispetto all’odierno livello del mare, con la conseguente emersione della sella di roccia che si trova a 81 metri di profondità.

Francesco Latino Chiocci, professore di geologia marina dell’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato poi che la sella rimase emersa per un periodo di tempo minimo di 1500 anni, tra i 21,5mila e i 20mila anni fa, e un intervallo massimo di 10mila anni, tra i 17mila e i 27mila anni fa.

LE CORRENTI DELLO STRETTO – Le correnti nello stretto di Messina sono state determinate dall’unità tecnica dell’Enea che si occupa di modellistica ambientale. L’oceanografo GianMaria Sannino dell’Enea e gli altri ricercatori hanno ricostruito il flusso delle correnti marine nello stretto di Messina, correnti che viaggiavano tra i 15 e i 16 nodi. Tali correnti sono dunque 4 volte più potenti delle correnti moderne, tanto da far ritenere impensabile l’idea che un’imbarcazione di 20mila anni fa o un uomo riuscissero a superare indenni i 3,2 chilometri che separano la costa calabra da Messina.

L’ARRIVO DELL’HOMO SAPIENS – Se la geologia e l’oceanografia dimostrano l’esistenza della sella sommersa, anche la paleontologia e la genetica hanno dato il loro contributo significativo a questa ambiziosa ricerca interdisciplinare. La presenza dell’Homo Sapiens in Sicilia è testimoniata dai fossili a partire da circa 19mila anni fa, spiega Maria Rita Palombo, professoressa di Paleontologia dell’Università Sapienza di Roma, proprio nell’intervallo di tempo in cui la sella emersa univa le due coste secondo i geologi.

Altro fossile che dimostra come la fauna della Sicilia sia passata dall’essere composta da animali tipici dell’isola ad una fauna continentale, cioè simile a quella presente sul continente, è quello dell’Equus hydruntinus, un cavallino che apparve tra la Provenza e Roma circa 210mila anni fa. La presenza del cavallino in Calabria è documentata a partire dai 60-70mila anni fa, ma in Sicilia appare solo intorno ai 18.800 anni fa e nella Grotta San Teodoro di Messina. Questo fa pensare che prima dell’emersione della sella il cavallino, che è un “pessimo nuotatore” spiega la Palombo, non abbia potuto attraversare lo stretto e raggiungere la costa siciliana.

I fossili del cavallino e la presenza dell’Homo sapiens proprio durante il periodo di emersione della sella fungono così da conferma della presenza di un ponte nello stretto di Messina, che ormai giace sommerso a 81 metri di profondità.

LO STUDIO – Questo è il risultato raggiunto dopo due anni di ricerche da un’ambizioso studio interdisciplinare frutto della collaborazione dell’Enea e di altri istituti e università quali La Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, e le università di Palermo, Messina, Trieste, l’Australian National University di Canberra, in Australia, il Max Planck Institute di Lipsia, in Germania, l’Iamc-Cnr di Napoli, e l‘Ispra di Roma.

A sottolineare l’importanza dello studio interdisciplinare sono stai Vincenzo Artale, responsabile dell’Unità tecnica di modellistica energetica ambientale dell’Enea, e Giovanni Lelli, commissario Enea, che ha dichiarato: “L’Enea ha messo a disposizione le sue tecnologie per questo importante studi, che ha visto coinvolte molte discipline scientifiche perché dobbiamo fare di tutto per accrescere il livello culturale del nostro Paese”.

Il video di Enea Web Tv: