Fra Fini e Lombardo, la giustizia e il federalismo, per Berlusconi sarà un “logoration Boulevard”

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 8 Ottobre 2010 20:44 | Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2010 21:47

I banchi del governo Berlusconi

Il destino della legislatura è quello di una interminabile corsa ad ostacoli. Il governo deve sperare di non inciampare mai. Affinché l’incidente non si verifichi, deve avere il passo lento, misurare il salto, appoggiare il piede con cura. Nonostante queste precauzioni nessuno può garantirgli che riuscirà ad arrivare comunque al traguardo. Il percorso è compromesso irrimediabilmente, insomma. Lo sanno Berlusconi, i suoi ministri, i partiti di maggioranza e quelli di opposizione.

In questa situazione la logica consiglierebbe di rinunciare alla gara e congedarsi dal pubblico ammutolito che dagli spalti non incita più il corridore, cioè l’esecutivo, alzando le braccia in segno di resa. Per quale imperscrutabile destino non saprei, ma quello che sembrava l’uomo solo al comando neppure questo estremo e sgradevole gesto può permettersi. Non glielo consentono le con dizioni generali del Paese, gli effetti della la crisi economica internazionale, gli alleati-antagonisti che non hanno nessuna voglia di assistere alla fine della corsa perché non sono pronti a scendere loro in pista. Soprattutto non se lo può permettere perché ha realizzato che mai e poi mai otterrebbe lo scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni anticipate.

L’alternativa al suo abbandono è il governo tecnico che lo taglierebbe fuori, forse per sempre, dalla partecipazione a qualsiasi competizione futura. Berlusconi è, dunque, costretto a governare. Detto così sembra una condanna. E forse lo è perché non può farlo come vorrebbe. Ma non è il solo a dolersene. Anche chi lo incalza sa bene di essere altrettanto soggetto al logoramento. E più di tutti le conseguenze di tale incredibile, assurda, imprevedibile situazione politica le pagherà amaramente il Paese.

Le spine interne alla coalizione, com’è noto, fanno più male a Berlusconi di quelle esterne. Esse gli si conficcano nei fianchi giorno dopo giorno e non gli danno tregua. Non fa in tempo ad addivenire a miti propositi, ad accogliere le richieste dei finiani, ad accondiscendere a quelle della Lega e pure dell’Mpa che poche ore dopo è costretto a fronteggiare altre richieste, altri diktat, altre pretese. E poi ancora trovarsi davanti a trabocchetti da aggirare. L’altro giorno, tanto per dire, inopinatamente in Consiglio dei ministri gli si sono parati dinanzi Bondi, Gelmini e Prestigiacomo che reclamavano da Tremonti il dovuto. Il ministro dell’Economia, con il garbo che lo contraddistingue, ha detto agli astanti sbigottiti che la gente non mangia cultura. Perfino Letta si è scomposto, racconta chi c’era. Ed al premier non è rimasto altro da fare che rabbonire gli inquieti ministri convocando per la prossima settimana una riunione per vedere come si possono risolvere le questioni poste sul tavolo dai responsabili dei dicasteri taglieggiati. Berlusconi sa bene che quando vuole il suo ministro valtellinese i soldi li trova: se li chiede Bossi, per le quote latte, per il federalismo e così via.