Calciopoli, calcio scommesse e l’etica del Capitalismo

di Gianluca Stillavato
Pubblicato il 3 Giugno 2012 11:16 | Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio 2020 17:27

Mezze tacche che scommettono sulle partite, campioni che spostano misteriosamente milioni di euro sul conto di amici tabaccai e gestori di agenzie di scommesse. Ma anche dirigenti che in passato (?) influenzavano mafiosamente gli arbitri o la contraddizione di calciatori che scioperano.

L’estate del calcio italiano è ormai la parentesi poco rosa e molto giudiziaria tra la fine di un campionato e l’inizio di un altro. Se poi negli anni pari c’è di mezzo la Nazionale che gioca a Europei o Mondiali, la cassa di risonanza della retorica batte rumorosamente, tanto da arrivare a suggerire la chiusura temporanea della baracca (Monti) o il ritiro della squadra (il ct Prandelli).

E se invece fossero sufficienti regole e punizioni, etica, educazione e consapevolezza degli attori?

Il calcio è la terza industria del Paese e come tale deve essere trattato. Deve essere amministrato da manager che producano ricavi e allo stesso tempo intrattenimento per chi, giustamente e con equilibrio, voglia goderselo, appassionarsi e tifare, anche nell’orgia televisiva di una partita a settimana. Una industria dello spettacolo.

Servono stadi per aumentare gli introiti? I manager facciano lobby, per far approvare la legge che giace da anni in Parlamento. In America, gli stadi si costruiscono anche coi soldi dei contribuenti, oltre che con quelli dei privati. Se i cittadini non vogliono sborsare nuove tasse, la squadra viene presa dai proprietari e spostata in un’altra città dove ci sia qualcuno disposto a offrire le condizioni migliori. È la dura legge degli affari.

Ma se c’è un mondo dove la Prima Repubblica è ancora viva e vegeta nel nostro Paese, questo è il calcio italiano, e lo sport in genere. Se poi tutto ciò si innesta, come direbbe @Fraq, su “una terra che ha dato la sua personale  interpretazione al peccato cattolico (e alle indulgenze) e all’istinto di sopravvivenza mediterraneo”, tutti indicheranno o ammetteranno la colpa, prometteranno di non farlo più e di migliorare, ma solo fino al prossimo scandalo.

Non è che il resto del mondo sia diverso. Erano corrotti gli arbitri tedeschi, e sono stati puniti. Un arbitro della Nba scommetteva, e ha passato guai seri con la giustizia americana. Analizzato il problema, chi di dovere, lo ha risolto (per non scomodare gli hooligans inglesi).

È che noi italiani, per tornare al caso di questi giorni, non eravamo culturalmente pronti alle scommesse (ma secolarmente dediti al gioco del lotto) e abbiamo lasciato che si aprissero migliaia di agenzie e centinaia di siti internet. Un caso, raro, di liberalizzazione sfrenata, per il Paese e una miniera d’oro per lo Stato.

In più, una mastodontica organizzazione di squadre professionistiche o semi professionistiche, a parte qualche decisa sforbiciata di fronte a decine di fallimenti nelle serie minori, significa giocatori che guadagnano, magari cifre dignitose ma non stipendi da campioni, per giocare a pallone, e che per questo possono cadere in tentazione. Quelli implicati finora nello scandalo sono nomi sconosciuti ai più.

La soluzione? Meno business diffuso, ma più grande. Cioè poche grandi squadre e pochi campionati professionistici di alto livello, il resto diventi un grande mare di dilettantismo dove si gioca per passione.

E poi regole, educazione e consapevolezza del ruolo degli attori della domenica. Il commissioner dell’Nba, stanco di vedere le interviste a giocatori di basket vestiti che il migliore dei rapper o il peggiore degli spacciatori (spesso, nella realtà, la stessa persona), ha fissato un dress code. Chi è il commissioner? È una specie di amministratore delegato e presidente della lega di pallacanestro che ha ottenuto in 24 ore che i giocatori si mostrassero in ghingheri davanti ai microfoni. Puritanesimo, dirà qualcuno, perché quei giocatori in giacca e cravatta sono gli stessi che lontani dai campi finiscono in risse e sparatorie, o flirtano con la droga e amicizie pericolose, ma educativo.

Si fa parte della stessa industria e dello stesso spettacolo. Renderlo migliore conviene alle tasche di tutti.

Il resto, il gol, il canestro, la schiacciata o la rovesciata, la gioia della vittoria e le lacrime della sconfitta rimarranno sempre uguali. Quelli come noi che pagano biglietti o abbonamenti non chiedono altro che continuare a credere nella più seria delle cose futili.

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