Diede del “gaglioffo” a Berlusconi e Alfano: il Csm censura Adriano Sansa

Pubblicato il 8 Aprile 2011 18:42 | Ultimo aggiornamento: 8 Aprile 2011 18:43

ROMA – ”Gaglioffi”.  Usando un termine un po’ desueto, durante una assemblea aperta dell’Anm nel 2008, aveva così definito i membri del governo. Non genericamente la classe dirigente, il discorso si indirizzava ”specificamente” al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e al guardasigilli Angelino Alfano.

Per questo il presidente del tribunale dei minori di Genova ed ex sindaco del capoluogo ligure, Adriano Sansa, è stato incolpato davanti alla sezione disciplinare del Csm di ”violazione dei generali doveri di misura e rispetto degli individui” e l’accusa ne chiede la censura.

Si tratta di ”un’espressione che travalica la libera manifestazione del pensiero, che va sì ampiamente garantita – ha specificato il sostituto pg di Cassazione Renato Finocchi Ghersi, accusa nel procedimento – e tocca gratuitamente la reputazione altrui”. Gaglioffo ”è un termine arcaico, ma c’è un precedente della Cassazione, che in riferimento a un manifesto elettorale, aveva ribadito come la parola ecceda la critica politica” per questo il pg ha sottolineato di non potersi esimere dal chiedere di emettere la sanzione.

In polemica il difensore, Michele Marchesiello, ha sottolineato come l’illecito disciplinare contestato è in realta’ ”un reato per il quale non è stata presentata querela”, quindi ”ci troviamo davanti a un procedimento penale sostituito da un procedimento disciplinare”, in cui ”la parte lesa è il ministro della Giustizia”, soggetto cioè che può promuovere l’azione disciplinare.

D’altronde, ha aggiunto Marchesiello, ”oggi si usa dire brigatisti e se nel linguaggio politico si usano questi termini si appare legittimati all’usare tale linguaggio”. ”Ho usato la parola ‘gaglioffi’, che significa inetti e rozzi – ha detto Sansa difendendosi – in un discorso di fermissima critica e in un contesto argomentativo, e non accetto che si dica che è una parola gratuita. Confermo di aver fatto bene a dire quelle cose. Ho il diritto di dire rozzi e inetti di fronte a una degenerazione di un ordinamento conquistato in secoli di cammino”.