Ilaria Capua, isolò il virus dell’aviaria. Pronta a “fuggire” dall’Italia

Pubblicato il 15 Novembre 2012 11:51 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2012 11:54
Ilaria Capua ha isolato il virus H5N1 (Foto Lapresse)

ROMA – Ha isolato il virus dell’aviaria, ma è pronta a lasciare l’Italia, il suo Paese. E’ la storia di Ilaria Capua, ricercatrice romana, laureata in veterinaria a Perugia e specializzata a Pisa. Dopo anni di esperienze all’estero, racconta Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, è diventata direttrice del dipartimento di Scienze biomediche dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie a Padova.

Ilaria Capua è stata scelta per rappresentare il settore scientifico agli Stati Generali della Cultura organizzati il 15 novembre a Roma dal Sole 24 Ore, dall’Accademia dei Lincei e dalla Treccani.

La sua notorietà, però, risale ad alcuni anni fa, quando isolò il primo virus africano H5N1, il virus dell’influenza aviaria umana. E soprattuto, la notorietà arrivò quando scelse di non relegare la sua scoperta in un database privato come, secondo quanto scrive Stella, le era stato chiesto da un alto funzionario dell’Organizzazione mondiale della sanità, ma di condividerla con tutti, mettendola online su GenBank, una sorta di database genetico a cui tutti possono accedere liberamente sul web.

Riporta Stella:

Quella scelta di condividere la scoperta in una cerchia ristretta poteva significare fama, finanziamenti, prestigio, soldi. Ma lei, come ricorda nel libro recentissimo «I virus non aspettano» (Marsilio) decise di rifiutare quell’occasione di entrare in un cenacolo di eletti: ‘Ero assolutamente basita. Intimidita e scandalizzata al tempo stesso. Ma vi sembra un comportamento serio e adeguato alla situazione? I virus non aspettano. Siamo nella fase di espansione di una malattia epidemica, che per la prima volta nella storia colonizza il continente africano. L’Africa è piagata dalla povertà e dalla malnutrizione. Un virus che uccide i polli e le galline sottrae nutrimento anche alle fasce più povere della popolazione, l’epidemia è destinata ad allargarsi a macchia d’olio, e in una popolazione già flagellata dall’HIV e dalla malaria, per dirne solo due, un’altra infezione trasmissibile alle persone è pioggia sul bagnato’. Dunque ‘era assolutamente indispensabile che le forze si unissero e quindi dare l’informazione soltanto a quindici laboratori mi sembrava insensato’.

Capua mise su GenBank la propria scoperta, guadagnandosi, come ha scritto lei stessa, “lettere di sostegno da tutto il mondo, un servizio su Science, un hip hip urrà da Nature, un’intervista in doppia pagina con ritratto dal Wall Street Journal, un editoriale sul New York Times. Ma anche una valanga di critiche dure e taglienti dai colleghi che appartenevano al gruppo dei quindici laboratori afferenti al database privato”.

Quegli articoli di Capua vennero letti anche da Kofi Annan. Arrivarono i riconoscimenti come il “Penn Vet World Leadership Award” il riconoscimento più prestigioso nel campo della medicina veterinaria. E Capua è stata la prima donna a riceverlo sotto i sessant’anni.

Con il suo successo Capua ha attirato molti investimenti e ricercatori. Proprio grazie ai soldi di donatori privati a luglio a Padova è stata eretta la “Torre della ricerca”, voluta dalla Città della Speranza, fondazione no profit diventata centro italiano della guerra alla leucemia infantile.

Si tratta di un palazzo di dieci piani, 13.200 metri quadrati di laboratori e 350 ricercatori, che ne fanno il “più grande e moderno centro europeo per la ricerca sulle malattie infantili”, scrive Stella.

Ilaria Capua e i suoi ricercatori sarebbero dovuti andare in quella stessa Torre della ricerca. Ma poi l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ha fatto “marcia indietro”, scrive Stella:

“Praticamente volevano che cedessimo loro due piani gratuitamente”, spiega Franco Masello (della Città della Speranza). “Ma noi non ce lo possiamo permettere. Noi non guadagniamo un euro da questo sforzo enorme da 32 milioni che abbiamo fatto, ma una parte dei soldi vogliamo recuperarla per investirla nella ricerca”. “Spostati pure, per un paio d’anni finché costruiamo i laboratori nuovi nostri, ma puoi portarti dietro solo la metà dei tuoi”, sarebbe stato offerto a Ilaria Capua. Una proposta considerata irricevibile. Perché non andare nel posto giusto, condividendo con centinaia di ricercatori idee, scoperte, macchinari? E davanti al braccio di ferro, la scienziata ha fatto capire che se fosse costretta potrebbe andare via: bye bye…