Laurea con lode addio. Il mercato del lavoro rivaluta l’esperienza

Pubblicato il 21 Giugno 2010 15:14 | Ultimo aggiornamento: 21 Giugno 2010 15:14

Learning by doing, imparare facendo, è da anni uno dei metodi contemplati dalla teoria economica, oltre che uno dei capisaldi del comune buon senso. Ora il motto sembra diffondersi anche negli atenei e nelle aziende. Più dei 110 e lode e della laurea secondo i tempi – che comunque in Italia non è abitudine molto diffusa, considerato che i nostri studenti sono tra i più ‘lenti’ in Europa- contano stage e viaggi, esperienze lavorative e di volontariato.

Una delle promotrici del merito conquistato più con la pratica che sulla carta è Luisa Todini, presidente dell’Associazione costruttori europei: “Quando leggo un curriculum non controllo necessariamente il voto di laurea e il tempo per conseguirla. La preparazione è fatta di tanti fattori. Magari c’è un candidato un po’ fuori corso che però ha fatto una importante esperienza di volontariato, che è stato all’estero, che ha ritardato perché nel frattempo ha avviato una piccola impresa”, ha detto ricevendo il premio Bellisario.

Sostiene la stessa tesi un’altra donna ai vertici, Federica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria. “Meglio nessuna laurea e tanta buona volontà unita all’esperienza sul campo. Un perito meccanico e un ragioniere hanno più senso di un laureato in Scienza della comunicazione. Ci vuole l’apprendistato, piuttosto che vegetare su corsi fantasiosi”.

Eppure non la pensa così chi i giovani li cerca e li ingaggia: i cacciatori di teste. Claudio Ceper, senior partner di Egon Zehnder: “Le grandi società di consulenza non prendono in considerazione chi si è laureato con meno di 110 nei tempi e non abbia fatto una o due esperienze all’estero. Del resto i risultati si vedono: i vari Passera, Colao e Profumo sono tutti ex McKinsey”.

Tra le due fazioni, dicono la loro anche coloro che i giovani li formano, i rettori delle Università. Dalla sua Bocconi Guido Tabellini sottolinea gli ottimi risultati del proprio ateneo, con il 90 per cento dei neolaureati che trova lavoro in meno di due mesi.

“Cosa ci rende competitivi?, domanda Tabellini, Il fatto che spingiamo i nostri studenti a fare stage nelle aziende e li aiutiamo a trovarli. Insistiamo sull’esperienza internazionale, invitandoli ad andare all’estero almeno per sei mesi durante il corso di studi”. Insomma, anche in questo caso cambiare aria è sempre consigliato.

Sull’importanza dell’esperienza è d’accordo anche il rettore della Sapienza di Roma, Luigi Frati: “Tutto il settore della formazione sanitaria si fonda sul learn by doing, impara facendo. Ho fatto un accordo con duemila aziende per garantire gli stage ai ragazzi. Su 140 mila iscritti in totale, l’impatto sulla società è diverso rispetto a atenei privati e a pagamento con 10 mila studenti, ma i risultati cominciano a vedersi: secondo una ricerca di AlmaLaurea il 90% dei laureati in area sanitaria trova lavoro entro un anno”.