Legge bavaglio e obbligo di rettifica: la norma è iniqua ma non ci deve essere differenza tra i piccoli blog e i grandi giornali

di Marco Benedetto
Pubblicato il 29 Luglio 2010 16:11 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 20:39

Angelino Alfano

In questi giorni c’è molto fermento attorno a una norma della legge sulle intercettazioni che vuole estendere a tutti i siti internet e blog l’obbligo di rettifica, facendoli tutti rientrare nella grande famiglia dei mezzi di stampa di cui si occupò una legge del 1947 che a sua volta democratizzava, o meglio, adattava al nuovo clima democratico le precedenti e più stringenti norme fasciste.

La legge del 1947 è ancora in vigore e si applica a tutto quello che si stampa in Italia, manifesti e volantini inclusi. Già vi si prevede il diritto dovere di rettifica, solo che fino ad oggi i giornali l’hanno osservato fino a un certo punto e quasi sempre, fanno seguire la rettifica da una puntigliosa precisazione dell’autore dell’articolo contestato, a volte sacrosanta a volte solo arrogante. Questo forse spiega quel perentorio ordine che la rettifica si deve pubblicare senza repliche, come vorrebbe il ministro Angelino Alfano, a nome e per conto dell’intera classe politica, che su questa legge è divisa solo da opportunismi tattici ma unita dal fastidio per i giornali non amici (poche le eccezioni, che si contano sulle dita delle mani, con in testa il sempre coerente e perciò talvolta inviso Giuseppe Giulietti).

La norma che i politici di tutti i partiti ci stanno per infliggere è odiosa, perché favorisce i tanti personaggi che vivono al confine della legalità occupando posizioni di potere e di prestigio. Essi sono i primi destinatari dei vantaggi della legge bavaglio.

Anche se non è sulla legge bavaglio che vorrei intrattenere i lettori, vorrei comunque sottolineare il fastidio che provo quando leggo che tutti si agitano per tanti sacrosanti diritti: alla privacy, alle indagini, a punire i reprobi, il diritto di raccontare le malefatte dei potenti, senza che uno aggiunga alla lista il diritto a un processo equo e giusto, che è alla base della democrazia occidentale moderna. La sua evoluzione ebbe inizio circa novecento anni fa con la tanto citata ma poco approfondita Magna Charta: sanciva il diritto a essere processato di persona, a scanso di sorprese come la morte dell’imputato sotto tortura.

Nei tempi moderni chi ha a cuore la democrazia deve avere in cima alla lista dei diritti da tutelare quello al giusto processo e soprattutto che la tutela sia effettivamente estesa a tutti i cittadini, cominciando dai più poveri, gli emarginati, quelli che non possono pagare milioni di euro avvocati di grido, che non siedono in parlamento e nemmeno in consiglio comunale, non fanno i giornalisti o i magistrati, sono, come dicono gli americani, “underdogs”, meno dei cani, non sono né soggetto né oggetto di lotta politica, sono dei poveracci e basta, il diritto alla rettifica non sanno nemmeno cos’è. Infatti nessuno si agita per loro, ma per le scempiaggini che dicono al telefono Berlusconi o Fassino Ricucci o Consorte.

Il diritto alla rettifica, come il diritto di cronaca e il tentativo di impedirla sono tutti temi all’interno della classe dirigente, nelle sue componenti sociali, professionali, di potere. Come si configura in Italia è un diritto iniquo, perché non mette il giornale al riparo da successive azioni risarcitorie o penali. Permette solo alla vittima di una notizia di fare sentire la sua voce, che sia veritiera o mendace, in attesa che poi un eventuale processo accerti la verità. La differenza è che la rettifica è pubblica, quando il tribunale avrà assolto il giornale, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne accorgerà perché accade di rado che i giornali ammorbino i loro lettori con le notizie dei loro trionfi giudiziari.