Al Fatto si litiga, Luca Telese sul suo blog: “Io sono di sinistra, Travaglio di destra”

Pubblicato il 27 Aprile 2011 20:27 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2011 20:46

Travaglio e Telese (foto Lapresse)

ROMA – Luca Telese ha spiegato sul suo blog che lui “è di sinistra” mentre Marco Travaglio “è di destra”. Può essere sintetizzata così, secondo Telese, la differenza con il collega giornalista. I due sono stati protagonisti della “faida” consumatasi all’interno della redazione del Fatto per il cambio ai vertici dell’inserto satirico Il Misfatto: Telese e i suoi “aficionados” hanno accusato i vertici del Fatto per il “repulisti brutale” con cui hanno deciso di affidare la direzione dell’inserto a Stefano Disegni. Facile che il bersaglio della critica dei “telesiani” fosse Travaglio, recentemente nominato responsabile dei supplementi.

Telese ha spiegato sul suo blog che non intende lasciare il giornale e che ritiene utile il dibattito all’interno della redazione. Poi la stilettata contro Travaglio:

Sì, sono stato e sono in dissenso con Marco Travaglio per il modo in cui ha imposto una operazione brutale, e per certi versi inspiegabile: c’erano mille modi per potenziare il Misfatto senza perdere quello che di buono era stato costruito. Hanno scritto: “Telese contro Travaglio”. E allora? Non c’ nulla di male, niente di strano, è persino fisiologico che possa accadere, su questo come su molte altre cose che ci siano differenze tra me e lui: lui è di destra, io di sinistra, lui ha il cuore tra Di Pietro e Fini, ama i cantanti pop italiani degli anni settanta come Renato Zero, conosce a memoria film come “Amici miei”, si commuove per i procuratori, scriverebbe paginate e paginate sui papelli e su Ciancimino. Io mi commuovo, semmai, per i precari e per gli operai, per gli imprenditori che si inventano un’impresa dal nulla, conosco a memoria film come “La Stangata”, Ciancimino per me non è un personaggio interessante (e nemmeno credibile) mi piace la Bindi che forse lui non ama e stimo Vendola che lui palesemente detesta, amo il rock progressivo e psichedelico (dai Beatles ai Genesis ai Pink Floyd) e il vecchio De Gregori, lui tifa la Juve, io la Juve la odio (Cagliari e Roma, cuore giallo-rosso-blù), lui è un teorico delle linee nette, della distanza antropologica fra bene e male, io sono cresciuto nel culto di Primo Levi, nell’idea che il mondo è raccontato dalla “zona grigia” dove le distanze tra vittime e carnefici e tra buoni cattivi si confondono fino a scomparire. Lui è un giornalista di destra che ha lavorato a sinistra, io sono un giornalista di sinistra che ha lavorato a destra, lui quando avverte la diversità sente odore di zolfo, alza le barricate e prende una pasticca di antibiotico, io penso che quando la linea di demarcazione dei tuoi principi e netta, non ci sia cosa più bella che infilarsi nelle regioni interne dell’altro e provare a capire cosa lo muove davvero. Anzi: questa secondo me è l’essenza del giornalismo, che è una cosa molto diversa dalla politica. La politica deve prima di tutto giudicare e scegliere, il giornalismo deve prima di tutto capire e raccontare.

Marco a volte dice che i giornalisti che lavorano in giornali diversi dai suoi sono tutti “servi”, e io credo e spero che non lo pensi, io sono convinto che (a parte Minzolini e derivati) la categoria della servitù è una categoria sbagliata, che gratifica ma che non spiega. Marco in questo preciso e drammatico momento è convinto che i lettori e (il pubblico che ci segue) abbiano bisogno soprattutto di certezze, io credo che i lettori (e il pubblico che ci segue) abbiano bisogno della certezza che non ci sono certezze, e quando si incazzano per i miei articoli sul blog sostenendo che sono troppo indulgente o corrivo con i “cattivi” sono quasi contento, e penso di aver fatto bene il mio lavoro. Marco da azionista torinese è convinto che il berlusconismo, come il fascismo sia una sorta di cancro che ha aggredito il paese, una malattia infettiva. Io, da comunista italiano berlingueriano e terrone sono convinto che sia (come diceva Gramsci del fascismo) “Una autobiografia della nazione”. Marco a volte ha persino teorizzato il diritto ad odiare l’avversario, o Berlusconi, ma credo che ne sentirebbe una grande nostalgia (ieri ha deto a Francesca Schianci del Secolo XIX: ”Io non sono come lui, sono peggio” e per questa battuta cattivista l’ho amato), io ho una grande simpatia per Berlusconi ma penso che se andasse a casa gioirei per il bene di questo paese. Marco ha sempre prediletto Bocca, io ho sempre preferito Pansa (anche se oggi mi insulta). Marco ha la vocazione del grande killer solitario ed esteta, di quelli da cinema americano: sterilizza con cura i ferri del suo mestiere, insegue il suo bersaglio, e lo lascia sempre con i piedi davanti. A me piacciono i film di Frank Capra, in cui i buoni rischiano di perdersi, ma si salvano perché scoprono di non essere mai soli davanti alla ferocia del mondo.

Marco ha una carisma ipnotico, davvero: se lo becchi su Current alle tre del mattino e sta parlando della cosa su cui tu hai scritto tutto il giorno, resti comunque ad ascoltarlo come se ti stesse raccontando una favola che non hai mai sentito. Marco può parlare sul palco tre ore senza nemmeno prendere un bicchiere d’acqua, Marco è un computer, di Marco sospetto sempre che giri con un database separato dal corpo, ma connesso con il bluetooth, che presumibilmente è nascosto nel suo trolley. Marco ha una capacità di sintesi e di esemplificazione pazzesca. Marco è tutto cerebrale, è una centrale nucleare a fusione fredda. Io, invece, sono tendenzialmente neoromantico. Marco si è scelto uno dei cento Montanelli che sono esistiti e gli ha costruito genialmente un altare intorno. Io penso che Montanelli possa essere Montanelli solo tendendo conto di tutti i Montanelli che è stato (compreso quello fascista e quello “berlusconiano”). Marco ha raccontato la tragedia degli anni ottanta in “Mani pulite”, io ero interessata quella degli anni settanta e ho scritto “Cuori neri”, lui è il più grande esegeta della cronaca, io sono attratto dal passato prossimo.

Io e Marco ci siamo conosciuti in un programma televisivo (L’infedele di Gad Lerner!) dopo un botta e risposta in cui lui mi ha dato del “dipendente di Berlusconi” e io l’ho mandato direttamente affanculo. Un’ora dopo ci stringevamo la mano. Marco secondo me è molto più timido di quanto non sembri, io sono estroverso e invasivo, per questo fino ad oggi siamo andati molto d’accordo: ognuno di noi e quello che l’altro non è, non abbiamo possibili terreni di invadenza. Io lo trovo molto elegante, lui mi prende per culo nella stanzetta dei caporedattori del Fatto perché dice che sono sovrappeso (è vero: io sono della scuola Oscar Wilde: “Tutto quello che ci piace è illegale, immorale o fa ingrassare”. Lui forse Oscar Wilde l’avrebbe fatto arrestare).

Tutto questo per dire che c’è un grandissimo bisogno delle sue certezze (molto meno dei suoi gusti musicali) ma quando pensa di essere la reincarnazione di una divinità egizia, con i suoi sorcini e le sue sorcine è bene che qualcuno gli dica: “A Marco, ma ‘ndo cazzo vai?”. In una casa di cristallo, in cui non ci possono essere verità nascoste, tutto ciò aiuta.