Marassi, il calcio, la Rai, Adro: dove regnano e governano gli “Irresponsabili”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 13 Ottobre 2010 15:59 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 17:09
Italia vs Serbia

La squadra serba va sotto il settore ospiti occupato dagli ultras slavi

“Guardate, i giocatori serbi sono lì, a due passi dalla porta gialla, vanno da quelli che non possiamo chiamare tifosi, vanno sotto gli spalti dei violenti…guardate, con mano i giocatori fanno il segno tre, con le tre dita, stanno spiegando ai serbi sugli spalti che se continua così la Serbia perde la partita tre a zero, tre a zero a tavolino”. Teneramente ignoranti i telecronisti della Rai, non sanno di che parlano. Il segno “tre” ripetutamente formulato con le tre dita dalle mani dei giocatori serbi significa tutt’altro, significa “Dio, Patria e Zar”, è il segno di riconoscimento del nazionalismo serbo. Stankovic e gli altri non sono lì sotto per indicare il pericolo di una sconfitta a tavolino, sono lì per cercare un linguaggio comune con chi attacca, sfascia e minaccia. Fanno un segno di complicità, cercano di farsi riconoscere come serbi, cercano di parlare come membri della “tribù”. Lo fanno per farli smettere ma, sia pure per ottenere questo risultato, scelgono, trovano il linguaggio della complicità. Stankovic, in italiano, lo spiega sbrigativo e duro al cronista Rai che lo insegue sul campo.

Sono le nove di sera passate in tv e allo stadio Marassi di Genova, la telecronaca Rai non capisce e arranca dietro a quel che succede. Sono alle prese con qualcosa che è più tosto e tagliente delle morbide categorie con cui funziona la mente del cronista di calcio. Succede sempre quando attorno e dentro il calcio c’è la cronaca, nera o politica che sia, stavolta un po’ più del solito. Ma non gliene si può fare una colpa, fanno quello che sanno e di quello che la cronaca di quel che vedono sta facendo non sanno. Non è colpa loro se il calcio è un ambiente culturalmente depresso e orgoglioso di essere tale. Riferiscono che uno dei nostri giocatori, Marchisio o Chiellini non precisano, ha chiesto “se era rigore quello su Pazzini”. Questo è “l’ambiente” e cronisti e giocatori sono i meno criticabili, sia pure per evidente inadeguatezza. Intorno a cronisti e giocatori ci sono i “responsabili”. Il “responsabile” della Federazione Gioco Calcio, il “responsabile” Uefa, il “responsabile” della Federazione Serba… Si sentono tutti “responsabili” dello show e di null’altro. L’unica loro evidente, prolungata, strascinata preoccupazione è di non essere “responsabili” dell’unica decisione da prendere: annullare la partita Italia-Serbia. Sono campioni, prefetti dell’irresponsabilità e di fronte a loro cronisti e commentatori della Rai giganteggiano e si riscattano: alla necessità, ovvietà di annullare la partita ci arrivano un’ora prima dei “responsabili” del nulla.

Scansare, fuggire la “responsabilità” è la religione del governo del calcio. Del governo e dei suoi “governati”. La polizia si comporta meglio, molto meglio. Dirà con orgoglio, troppo orgoglio, l’indomani il ministro Maroni: “Abbiamo evitato una strage”. Strage forse no, ma sangue di sicuro è stato evitato. Fa bene la polizia a non “caricare” a non entrare in quello spicchio di stadio abitato non da “ultras” ma da guerriglieri dello sciovinismo serbo. Fa con freddezza quel che andava fatto. Ma nessuno si prende la responsabilità di un errore iniziale: aver spinto dentro, aver fatto entrare quella gente senza perquisirla, senza togliere loro sbarre, coltelli, sparanghe, cesoie, razzi. La polizia li ha spinti dentro in fretta, è stato un errore che tutti dimenticano in fretta. Maroni celebra lo scampato e sventato pericolo. Prevenirlo il pericolo è una pia illusione, se ci avesse provato qualche “responsabile” avrebbe dovuto rischiare una decisione, una decisione e i suoi effetti. Sommo sfregio alla religione del “non rimetterci io, proprio io, il sedere”.

Religione officiata nelle cattedrali del calcio ma purtroppo non solo lì. Un’altra Messa Solenne alla “irresponsabilità” viene celebrata da giorni intorno alla scuola di Adro, quella con i simboli del sole leghista sui banchi e per ogni dove. Il sindaco li aveva messi di notte, l’ultima notte prima dell’inaugurazione. Molti giorni dopo il ministro Gelmini aveva “suggerito” di toglierli, Bossi aveva “osservato” che gli sembravano “troppi”, autorità e responsabili vari avevano “consigliato” di rimuoverli. Ma la “responsabilità”, quella vera è stata lasciata ad un preside. Preside contro cui ora tuona e ricorre il sindaco Lancini. Che una giusta la dice: “Di rimuoverli deve ordinarlo il Ministro degli Interni”. Il ministro o almeno un prefetto, ma Maroni ministro e il prefetto “responsabile” obbediscono fedeli e compunti al comandamento: “non rimetterci tu, proprio tu, il sedere”. O almeno non esporlo.

Comandamento cui non si sottraggono certo i Prefetti chiamati in causa da Pisanu e dalla Commissione parlamentare Antimafia. Dice Pisanu: gran parte, decine di prefetti non ci hanno mandato i dati sui candidati alle ultime elezioni amministrative, i dati su candidati sospettati, indagati o addirittura condannati. Replicano soavi i prefetti: la legge ci obbliga a mandare gli atti sugli eletti e non sui candidati, quindi a norma di legge… Ponzio Pilato avrebbe giudicato pavida una simile fuga dalla responsabilità.

E non prendersi mai una responsabilità è non solo religione istituzionale ma anche religione e costume civile. Mauro Masi sospende per dieci giorni dallo stipendio e forse dal video un conduttore Rai che lo ha mandato in diretta a “vaffanbicchiere”. Il conduttore si chiama Michele Santoro. Avrebbe i mezzi, tutti i mezzi, personali, economici e di audience per un po’ di coraggio responsabile. Per prendersi la responsabilità di ciò che ha detto. Invece dice “attentato alla tv” e dice e fa dire che “direttore vaffanbicchiere” non era diretto a chi era diretto e non voleva dire quel che tutti hanno sentito e capito. Dice che il “vaffa” non era un “vaffa”. Come il sindaco Lancini che dice che i soli sui banchi non sono leghisti ma “territoriali”. La meravigliosa astuzia dell’irresponsabilità.