Paziente dimesso e poi morto: medico colpevole. Dalla degenza breve a quella eterna?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 4 Marzo 2011 16:42 | Ultimo aggiornamento: 4 Marzo 2011 16:42

ROMA – Non si può dimettere un ricoverato solo perché in ospedale c’è da rispettare un dato tasso di utilizzo dei posti letto, la valutazione decisiva deve essere fatta sulle condizioni del malato. Sembra un’ovvietà, ma c’è voluta una sentenza della Corte di Cassazione per stabilirlo. “Se le direttive interne sanciscono che i posti letto vanno liberati prima possibile, la loro osservanza a scapito dell’ammalato non salva il medico dalle responsabilità penali che possono derivare dalla sua scelta”. Questo è quanto recita la sentenza 8254/11, emessa dalla quarta sezione penale della Corte di Cassazione.

Principio ovvio, giusto, persino sacrosanto ma, come in ogni storia che si rispetti, c’è un “ma”. In questa storia, in questa sentenza, il “ma” è nascosto, ma neanche troppo nascosto. La seconda parte della sentenza: “la loro osservanza a scapito dell’ammalato non salva il medico dalle responsabilità penali che possono derivare dalla sua scelta” trasforma, o rischia di trasformare, un giusto principio in una colpa personale, del medico. E se la colpa è del medico, ed è sanzionabile penalmente, chi e cosa potrà impedire ai medici di non assumersi questo rischio? Il rischio che si corre è che i dottori passino dalle degenze brevi a delle degenze eterne: se un paziente si aggrava dopo essere stato dimesso, e loro ne sono penalmente responsabili anche se al momento delle dimissioni il degente era guarito, perché non allungare i ricoveri di una, due settimane senza limiti di tempo?

Che negli ospedali pubblici e in quelli convenzionati si adotti la politica delle “degenze brevi” non è affatto un mistero. Le strutture sanitarie hanno scelto, hanno dovuto scegliere questa linea comportamentale in primis per una questione di costi. La sanità in Italia è la maggiore voce di spesa pubblica e quasi ovunque è un generatore di deficit, limitare al minimo la durata della degenza dei pazienti limita naturalmente i costi e, allo stesso tempo, consente a più pazienti di fruire delle cure. Se un ospedale è pieno di degenti è chiaro che non può accogliere altri pazienti, se i ricoveri sono brevi la disponibilità di posti letti aumenta. Questa prassi è stata poi da tutti adottata, oltre che per limitare i costi e ampliare la “disponibilità” di posti letto, anche per limitare il fenomeno delle degenze senza fine, cioè di quei malati che trascorrevano tempi lunghissimi in ospedale senza trarne nessun beneficio. Questa prassi però è richiesta in primo luogo dalle strutture sanitarie, ospedali e cliniche convenzionate, e non dai medici. La scelta di cui parla la sentenza, quindi, non andrebbe imputata ai dottori, se pure sono loro tecnicamente a dimettere i pazienti, ma alle strutture.

“Questa sentenza sarebbe una buona notizia se sanzionasse le scelte della struttura ospedaliera e non quelle del singolo medico – dice Massimo Cozza, segretario nazionale Cgil-Fp medici – il medico rischia così di pagare sulla propria pelle i limiti di un sistema sanitario che affronta una deriva ragionieristica. In un sistema impoverito, una politica sanzionatoria che contrappone i diritti dei cittadini alla professionalità dei medici – avverte Cozza – rischia di alimentare il ricorso a forme di medicina difensiva che non tutelerebbero i primi e mortificherebbero i secondi”.

La sentenza della Cassazione, che invece richiama i medici alle loro responsabilità penali in caso di una degenza troppo breve, partendo da un principio giusto, rischia di generare un caos infernale. Da un lato va considerato, come ricorda il segretario dell’Anaao Assomed, Costantino Troise, che “un evento avverso può capitare in ogni momento, a casa come in ospedale”, mentre è fondamentale che “il paziente sia stabile e asintomatico quando viene dimesso”. In altre parole non si può pretendere che un paziente dimesso non stia mai più male, ci sono anche casi in cui dopo le dimissioni possono insorgere complicazioni e problemi inaspettati, ai medici quindi si può chiedere, e si deve pretendere, che al momento delle dimissioni siano ragionevolmente certi che il problema sia risolto, consapevoli che la medicina non è matematica e non ci sono quindi certezze assolute. D’altra parte come può essere un medico responsabile di una direttiva “aziendale”, può rispondere dei suoi eventuali errori, non degli errori altrui. Se le “degenze brevi” sono sbagliate, vanno riviste le linee comportamentali delle aziende sanitarie, senza mettere in contrasto i medici con le strutture in cui operano.

Questa sentenza, sempre secondo Troise, rischia di “alimentare la medicina difensiva”. In altre parole rischia di “ingessare” i medici che non si assumeranno più la responsabilità di dimettere chicchesia senza prima aver fatto decine di esami e controlli vari e, in alcuni casi, anche inutili. Il principio secondo cui la degenza deve essere commisurata alle condizioni del paziente rischia, stabilendo che le logiche aziendali-economiche che animano la “degenza breve” sono sbagliate, di degenerare in degenze lunghissime, con relativi costi e problemi di posti letto.