Processo Eternit: a Rubiera si moriva e si dava la copa al fumo

Pubblicato il 17 Maggio 2010 20:48 | Ultimo aggiornamento: 17 Maggio 2010 20:59

“La gente si ammalava, prendeva l’asbestosi e il cancro. E non erano mica pochi. Si dava la colpa al fumare, poi si è capito che forse la causa poteva essere quella lì, quella dell’amianto. Ma dai padroni di informazioni non ne abbiamo mai avute”. La testimonianza di Natale Corradini, 78 anni, riportata dall’Ansa, ha aperto oggi la discussione del caso di Rubiera al maxiprocesso Eternit, in corso al tribunale di Torino.

Nella cittadina in provincia di Reggio Emilia la multinazionale dell’amianto aveva aperto, nel 1961, una delle filiali italiane, e gli effetti dell’esposizione al minerale hanno provocato, secondo le stime della procura, gravissime patologie, quasi tutte con esito mortale, a una sessantina di lavoratori e residenti. Corradini ha lavorato a Rubiera dal 1970 al 1987. “Nessuno mi ha mai detto che l’amianto era pericoloso. Ne parlavamo tra di noi. Ma l’azienda non ce lo diceva mica. E bisognava lavorare”.

Ennio Lusuaghi, ex collega (più giovane) di Corradini, ha confermato che l’azienda non forniva molte informazioni: “Diceva che l’amianto era inerte e non faceva male. Tra noi operai, naturalmente, se ne parlava. Dal canto mio l’unica cosa che sapevo era che poteva provocare l’asbestosi”. Poi, sollecitato da un avvocato difensore, ha precisato che un direttore di stabilimento lo avvertì che “quello era un ambiente di lavoro a rischio”, senza comunque scendere in dettagli.

Sia Corradini che Lusuaghi hanno riferito che ancora nei primi anni Settanta si trattava l’amianto blu, considerato il più pericoloso. “Poi, piano piano, la ditta ha smesso. Qualcuno doveva averglielo detto in un orecchio …”. Quanto alle condizioni di lavoro, il primo particolare che è venuto alla mente ai colleghi era la polvere. “Ma l’azienda – ha sottolineato Lusuaghi – diceva che era tutto a norma di legge”.

“L’amianto – ha raccontato Corradini – ci veniva portato in sacchi di tela che noi aprivamo con il coltello. I frammenti più grossi li spezzavamo con la pala. C’erano degli aspiratori che però non riuscivano ad aspirare tutto. Quanto ai sistemi di aerazione, dicevano che li avrebbero messi quando potevano: solo che non potevano mai …”.

Gli operai avevano delle mascherine ma le usavano per periodi brevi: “Non si riusciva a respirare”. Quanto agli indumenti di lavoro, venivano lavati a casa dalle mogli: “Tante volte – ha detto Corradini – abbiamo provato a chiedere che ci pensasse l’azienda, non ci siamo mai riusciti”. I due operai hanno parlato della sorveglianza sanitaria sui dipendenti: “c’erano visite mediche, facevamo i raggi X”. Ma sul punto non sono stati molto precisi. “La gente si ammalava – ha concluso Corradini – ma non si poteva andare in mutua perché si veniva messi da parte. Io ebbi un infarto, al rientro mi spostarono di reparto e, dopo un anno, mi dissero che se volevo potevo andare in pensione. I colleghi che preferivano restare finivano a fare lavori molto pesanti. Io in pensione ci sono andato. E sono ancora vivo”.