Rapine in villa, 9 albanesi arrestati. “Violenti come in Arancia Meccanica”

Pubblicato il 30 Giugno 2011 20:38 | Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2011 20:39

ROMA – Trecento poliziotti, un elicottero, diversi cani e almeno 25 perquisizioni. Tutto per mettere le mani su 9 albanesi accusati di essere autori di almeno un centinaio di rapine in villa, quasi tutte a Roma (alcune anche in “trasferta” come quella di Fano, nelle Marche), tutte contraddistinte da violenza e brutalità nei confronti dei proprietari delle abitazioni.

L’operazione “Arancia meccanica” nome scelto dalla polizia proprio per sottolineare la ferocia dei rapinatori è scattata a Roma nelle prime ore di giovedì. I 9 arrestati, ma ci sono altri indagati, farebbero secondo le accuse parte di due distinte bande, non collegate tra loro. Spiega il Corriere della Sera: “Quella dei Togai, aveva come base Primavalle-Boccea, con punto di riferimento piazza Giureconsulti, e operava prevalentemente nella zona nord di Roma. La seconda, con base alla Borghesiana-Tor de’ Cenci, colpiva principalmente nell’area sud della Capitale”.

“È stata un’operazione di particolare complessità – ha detto il capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi – la più impegnativa dell’anno che ha fatto passare a tutti noi parecchie notti in bianco vista la pericolosità dei soggetti. Tutto è nato da un’escalation di rapine in abitazione messe a segno con lo stesso modus operandi e la stessa cattiveria da gruppi di 4-5 persone”.

Nessuno dei presunti rapinatori, ha spiegato la polizia, si è arreso nonostante i posti di blocco. Ne sanno qualcosa due poliziotti di Lenola, vicino Latina, ancora in ospedale dopo che la banda, a maggio, ha forzato un posto di blocco spingendo la loro auto in una cunetta. Ma è soprattutto la parte della conferenza stampa che racconta i “colpi” a fare più impressione. “La loro caratteristica – spiega Rizzi – era la cattiveria – ha spiegato il capo della squadra mobile romana – non si fermavano davanti a niente, neanche ai nostri posti di blocco”.

Durante le rapine, scrive il Corriere,  “non esitavano a ricorrere alla tortura per farsi dire dalle vittime dove fossero nascosti preziosi e denaro”. “Nella rapina a Fano – racconta Stefano Seretti, capo della squadra mobile di Pesaro – hanno fatto irruzione nella casa, immobilizzato la famiglia composta da padre madre e figlio, e poi torturato l’uomo ferendolo ripetutamente con un fucile a piombini e spingendolo per diversi minuti sotto la doccia bollente per farsi dire dov’era la cassaforte. Poi hanno pestato la moglie, ’rea’ di aver provocato la rottura di un guanto di lattice utilizzato da uno dei rapinatori”.