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E’ reato dare dello str… al proprio dipendente. Lo dice la Cassazione

Pubblicato il 29 Settembre 2010 14:25 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2010 14:33

La Corte di Cassazione

Un datore di lavoro non può usare epiteti e parolacce come ‘str..’ rivolgendosi ad un dipendente senza pagarne le conseguenze. Lo ribadisce la Cassazione che richiama i capi ad una continenza verbale nel trattare i propri lavoratori al di là del tono scherzoso o colloquiale con il quale il datore generalmente tratta i suoi collaboratori. Se si usano parole del genere, infatti, si rischia una condanna per ingiuria.

Il caso sul quale si sono espressi i Supremi Giudici riguarda un signore di Avezzano che aveva detto a lavoro alla sua dipendente :”Sei una str..se te la prendi”. La donna, offesa dall’epiteto con il quale era stata etichettata, lo ha quindi denunciato per ingiuria. Il risultato è stata una condanna a 240 euro di multa più un risarcimento danni in favore della donna da stabilire in sede civile, inflitta dal giudice di pace, sentenza confermata anche dal Tribunale di Avezzano.

A nulla è valso il tentativo di ricorso avanzato dal datore in Cassazione. I suoi legali infatti avevano sostenuto che “il vocabolo “str..” era sì un epiteto forte, ma faceva parte del linguaggio comune romanesco”, e il capo, in quanto romano, lo usava “normalmente nell’ambiente di lavoro in cui tutti lo conoscono e lo sanno interpretare come del tutto privo di contenuti offensivi”.

Una tesi che non è piaciuta alla Quinta Sezione Penale della Cassazione che, che nel confermare la condanna, ha sottolineato che un dipendente “non è tenuto a sottostare all’uso di epiteti di disprezzo e disistima in virtù di generali scelte di espressione del datore di lavoro”.

Quando un capo bacchetta i dipendenti, è scritto nella sentenza,”i rilievi di qualsiasi tipo non li può fare a modo suo” anzi proprio il “rilievo riconosciuto alla finalità afflittiva e punitiva dell’espressione st.. rende evidente come il capo abbia agito con la consapevolezza di recar danno”. Inoltre, sottolinea la Cassazione “questa depenalizzazione di condotte trasgressive riveste spiccata insostenibilità in materia di rispetto della dignità umana, ancora maggiore quando è in gioco la dignità del lavoratore”.