Stefano Cucchi, la difesa online del medico Flaminia Bruno: “Cure rifiutate, ecco il certificato”

Pubblicato il 15 Marzo 2011 0:03 | Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2011 0:04

Il certificato di morte di Stefano Cucchi

ROMA – Una lunga e dettagliatissima lettera per raccontare una versione decisamente diversa della morte di Stefano Cucchi, il geometra romano morto al Sandro Pertini in circostanze ancora da chiarire pochi giorni dopo l’arresto.

La lettera in questione la scrive Flaminia Bruno, dottoressa in servizio al Sandro Pertini  quella notte del 22 ottobre 2009. E la scrive ripercorrendo passo dopo passo tutte le accuse mosse ai medici che, secondo la Procura che indaga sul caso, sarebbero stati in qualche modo corresponsabili della morte del ragazzo, se non altro perché non avrebbero fatto tutto il possibile per salvarlo.

La lettera è consultabile in modo integrale sul blog http://letteraapertacucchi.blogspot.com e Blitzquotidiano ne riporta i passi più significativi.  Sullo stesso blog la dottoressa Bruno pubblica anche il certificato di morte di Stefano Cucchi.

“Ho deciso – esordisce Flaminia Bruno – di scrivere questa lettera dopo lunga riflessione. Ciò che mi ha finalmente motivato è l’indignazione rispetto alla falsità ed ipocrisia con cui il caso del povero Stefano Cucchi continua ad essere orchestrato.

Un giovane che probabilmente ha subito soprusi per tutta la vita, anche dopo la morte è stato usato per costruire un teorema orribile fondato sulle menzogne: sei medici e tre infermieri si sarebbero accordati per volontariamente lasciar morire un giovane tossicodipendente per coprire il fatto che tre agenti di polizia penitenziaria gli avrebbero inferto delle lesioni. TERRIBILE.

Finora ho confidato nel fatto che la magistratura prendesse atto dell’assurdità di queste accuse e che avendo i giornalisti presenziato tutte le udienze preliminari venisse riportato quanto era emerso in fase preprocessuale ovvero che sia le perizie che le accuse rivolte ai medici fossero prive di fondamento o quanto meno discutibili. Non un giornalista che fosse uno ha riportato quanto emergeva giorno dopo giorno nel corso delle udienze preliminari. PERCHE’?

Ciò non è avvenuto e con estrema diciamo “serenità d’animo” siamo stati tutti rinviati a giudizio con le medesime orrende accuse basate su presupposti inesistenti (l’incapacità di intendere e di volere del ragazzo, l’intenzione di voler lasciare privo di assistenza un paziente, l’intenzione di voler fuorviare le indagini per nascondere l’accaduto). Grazie poi al fatto che non siamo stati accusati di negligenza ma di abbandono di incapace (poco importa che il ragazzo non fosse incapace e noi non lo avessimo mai abbandonato) si è riusciti a far finire il processo in CORTE D’ASSISE, composta prevalentemente da giudici popolari ovvero comuni cittadini. In un caso mediatico di tal fatta, costruito a tavolino giorno per giorno ciò è quantomeno diabolico poiché grazie alla stampa l’opinione pubblica ha oramai già deciso che noi medici siamo i colpevoli”.4

Quindi dalla Bruno precisazioni sulle foto di Cucchi diffuse dalla famiglia: Le foto di Stefano Cucchi pubblicate su internet, sono le foto effettuate dopo l’autopsia ovvero a distanza di 24 ore dalla morte (intervallo di tempo obbligatorio stabilito dalla legge), dopo che e’ il suo corpo è stato aperto e sezionato, gli organi interni prelevati per essere esaminati.

Le macchie sulla schiena non sono lividi ma macchie ipostatiche ovvero la colorazione blu delle zone declivi del corpo che avviene naturalmente a partire da 30 minuti dopo la morte. Le visite mediche né al Pertini né al Fatebenefratelli hanno mai trovato simili lividi sulla schiena: è descritto solo un piccolo livido perigluteo. L’autopsia parla di “piccole escoriazioni al livello lombare para sacrale e del gluteo-desto”.

Potrebbe sembrare una precisazione accademica alla luce del fatto che le fratture vertebrali testimoniano che il trama sia avvenuto (trauma che al personale medico il ragazzo ha dichiarato risalisse a circa 20 giorni prima, a seguito di una caduta accidentale dalle scale). Quindi perché far credere che la sua schiena fosse anche cosi’ visibilmente martoriata? Forse perché’ in tal modo ancora una volta si e’ potuto far passare il messaggio, che ora e’ convinzione assoluta, che i medici avrebbero ignorato i segni cosi drammaticamente evidenti di un pestaggio.

La dottoressa precisa che Cucchi rifiutò alcune cure: Il ragazzo presentava delle ecchimosi attorno agli occhi, per cui abbiamo richiesto una visita oculistica (l’oculista è venuto in sede affinché il ragazzo non venisse mobilizzato ponendo a rischio la stabilità della frattura vertebrale). Ebbene il ragazzo purtroppo cacciò via i medici e non volle farsi visitare. Così come rifiutò di sottoporsi a TAC cranio richiesta per escludere un sanguinamento intracranico.

Sulle accuse ai medici la Bruno è secca: Un giorno al telegiornale nazionale hanno fatto vedere le mani del Cucchi che presentavano ulteriori segni di decomposizione post mortem e quei segni fatti passare per bruciature che gli sarebbero state procurate magari proprio al Pertini. Si è parlato di atroci torture cui lo avremmo sottoposto. Ovviamente non era vero e la perizia medico legale ha ampiamente escluso che si trattasse di ustioni da sigaretta , quanto piuttosto anche questa volta di fenomeni post mortem. Anche in questo caso nessun giornalista ha poi smentito la notizia a seguito del risultato dell’autopsia.

Perchè Stefano ha rifutato le cure. La sera prima di morire il ragazzo chiede di parlare con l’avvocato ed afferma che questa è la condizione perché accetti di essere curato. Il medico di turno si adopera immediatamente per far si che Stefano compili una richiesta formale di colloquio con l’avvocato. Ma perché al ragazzo, processato per direttissima una settimana prima ancora non era stato fissato un colloquio con l’avvocato? Da chi dipendeva che il fatto che l’avvocato si recasse a far visita al suo assistito? Questa domanda mi ossessiona, così come il perché la famiglia non sia riuscita ad avere accesso alla struttura. Perché non le è stato rilasciata l’autorizzazione? Anche questa da chi dipendeva? Forse in questo modo si sarebbe potuto far leva sul ragazzo e convincerlo a farsi curare? Non è forse un punto centrale questo? Perché l’inchiesta non se ne è intenzionalmente preoccupata?

Purtroppo devo aggiungere che sono molti i pazienti che nel reparto penitenziario del Pertini rifiutano i trattamenti allo scopo di ottenere che la macchina della giustizia si muova. Questo rende il lavoro dei medici difficilissimo, trovandosi per cosi dire tra l’incudine ed il martello, da un lato la necessita’ di curare, dall’altra la legislazione che ripeto non consente al medico di praticare trattamenti senza il consenso del paziente in grado di intendere e di volere.

Ma perché il ragazzo è morto? Il ragazzo muore in maniera inaspettata ed incomprensibile durante la notte. La perizia non è in grado di identificare la causa della morte. Non ravvede nelle lesioni traumatiche la causa della morte. Parla di un cucchiaino di zucchero, che gli avrebbe salvato la vita. La frase si commenta da sé, mi preme precisare: – il ragazzo beveva succhi di frutta che notoriamente contengono zucchero ed anche se non regolarmente si alimentava. Davvero qualcuno crede che 5 giorni di scarsa alimentazione provochino la morte?
Il ragazzo non ha mai presentato segni di ipoglicemia la quale peraltro passa attraverso una precisa sequenza di eventi che vanno dall’agitazione psicomotoria al coma. Al contrario l’esame degli organi interni, in particolare del cuore ha rivelato un organismo fortemente e cronicamente debilitato. Certo in questo paese è politicamente scorretto affermare che il consumo di sostanze stupefacenti tipi eroina e cocaina, nonché l’alcol facciano male alla salute. Pertanto la lunga storia di tossicodipendenza non può aver avuto un ruolo nel deperimento organico del ragazzo. La interminabile letteratura che parla del rischio cardiovascolare, in particolare di morte improvvisa dovuta a fibrillazione ventricolare nei giovani che presentano abuso di cocaina ed altri stupefacenti è qualcosa di estraneo evidentemente alla cultura dei consulenti della procura.
Il certificato di morte falso. Bene di fronte alla morte improvvisa ed inattesa del giovane il medico di turno aveva le seguenti informazioni per stilare il certificato di morte:
paziente tossicodipendente da circa 20 anni, ricoverato a seguito di trauma vertebrale per il quale veniva richiesto solo riposo a letto, trauma che il giovane riferiva di aver riportato a seguito di una caduta accidentale avvenuta il giorno del suo compleanno quindi circa 20 giorni prima. Alterazioni della sodiemia, dell’azoto ureico, lievi alterazioni delle transaminasi, un emocromo stabile.
Assolutamente un rebus, pertanto il medico scrive sul certificato “presunta morte naturale” (faccio notare che il termine presunta, che denota dubbio non viene riportato nella perizia) ed IMMEDIATAMENTE RICHIEDE IL RISCONTRO AUTOPTICO, perché per primo vuole vederci chiaro sulla morte del ragazzo.

Le conclusioni del medico. La perizia arriva alla conclusione che i traumi non hanno procurato la morte. Per morte violenta si intende suicidio, impiccagione, morte in seguito a trauma di varia natura (da arma, colluttazione etc). Quali elementi aveva il medico per affermare che la morte fosse stata violenta? Io posso accettare che l’operato di un medico possa essere messo in discussione. La morte di paziente è sempre un terribile fallimento per un medico: non si dorme la notte pensando che una parola in più, un esame in più avrebbe potuto cambiare le cose, un tarlo che fa sanguinare la coscienza di qualsiasi dottore che perde un paziente sia esso giovane o anziano, bianco, nero, che abbia commesso più o meno errori nella vita.