Lecce: punito il giudice “scarcera-mafiosi”. Tolti due anni di anzianità di servizio

Pubblicato il 14 Dicembre 2010 16:15 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2010 16:15

Confermata dalla Cassazione la sanzione disciplinare, la più grave dopo quella della destituzione dal servizio, nei confronti del presidente del Tribunale del riesame di Lecce, Vittorio Gaeta.

Il magistrato è stato giudicato colpevole di falso in atto pubblico per aver scarcerato tre mafiosi nonostante il collegio da lui presieduto avesse detto ‘no’ alla scarcerazione in un caso e negli altri due ‘il verdetto’ non era stato ancora depositato.

Senza successo l’alto magistrato ha contestato, innanzi alla Suprema corte, la decisione sanzionatoria con il quale il Csm, lo scorso 18 gennaio, lo aveva punito con la perdita di due anni di anzianità di servizio.

Dall’indagine di Palazzo dei Marescialli era emerso, tra le ipotesi per spiegare il comportamento del giudice che, probabilmente, si era comportato così per ”affermare il proprio ruolo di presidente del collegio in merito ad un dibattito in camera di consiglio nel quale era rimasto soccombente rispetto alle due colleghe più giovani”.

Vittorio Gaeta, per queste scarcerazioni che avevano destato ”grande risonanza mediatica, soprattutto in Puglia, riguardando indagati per fatti di mafia, è stato condannato in via definitiva in sede penale a un anno e due mesi di reclusione per falso in atti pubblici e alla pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici per la stessa durata, con sospensione condizionale della pena.

Le scarcerazioni risalgono al 2002, ma il procedimento disciplinare ha preso l’avvio solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza penale emessa il 23 settembre 2009. Nel processo penale non era emersa alcuna spiegazione del comportamento di Gaeta: di sicuro non aveva preso soldi dai clan mafiosi e non aveva ricavato alcun tipo di vantaggio personale. Inoltre, il suo comportamento deontologico prima e dopo questa vicenda era stato ineccepibile, e anche nel processo si era difeso correttamente.

Proprio la mancanza di un ”interesse personale” gli aveva fruttato una condanna lieve a fronte di un fatto ”gravissimo”. Secondo la Cassazione – sentenza 23778 – il verdetto disciplinare deve essere confermato per il grande discredito gettato sulla magistratura e per la violazione del rispetto della collegialità delle decisioni.