L’assassino di Yara tra i suoi conoscenti? Si cerca il Dna sotto le unghie, decine di profili per un solo colpevole

Pubblicato il 2 Marzo 2011 8:59 | Ultimo aggiornamento: 2 Marzo 2011 9:17

Yara Gambirasio

BREMBATE SOPRA (BERGAMO) – Yara conosceva il suo assassino, forse lo ha seguito volontariamente. Dal palazzetto dello sport di Brembate Sopra fino a quel campo maledetto di Chignolo d’Isola è andata con il suo aguzzino, probabilmente di lui si fidava. Poi lui l’ha colpita alle spalle, prima le ha stretto le mani al collo, poi l’ha ferita al torace, alla gola, alla schiena con sei coltellate: quattro i colpi mortali. La ragazzina però ha cercato di difendersi mentre veniva aggredita, ha lottato e lo dimostrano i segni che il suo corpo ormai senza vita porta sui polsi e sulle braccia.

Non ci sono segni apparenti di violenza sessuale, secondo i risultati dell’autopsia, ma potrebbe conservare il Dna del suo assassino sotto le unghie, nel disperato e ultimo tentativo di salvarsi.

Non si cerca quindi il maniaco fra Brembate Sopra e Chignolo d’Isola perché come si sarebbe lasciato sfuggire un investigatore secondo il racconto delle agenzie di stampa “i pregiudicati per reati sessuali sono i primi che abbiamo controllato ed escluso, e ne abbiamo ben più di una decina in banca dati”.

Dopo 12 ore e chiusa solo alle 2 di notte su quel cadavere esposto per tre mesi agli agenti atmosferici si analizza il terriccio che aveva sotto le unghie la piccola atleta di tredici anni  per capire chi è il sospettato numero uno. Per gli investigatori infatti chi ha ammazzato Yara era solo e l’ha lasciata cadavere in quel campo con un filo d’erba stretto in pugno.

I sospettati potrebbero essere tre per ora: il testimone, l’operaio e il falso volontario. Il primo è quello del testimone Enrico Tironi, che raccontò di aver visto Yara con due uomini salire su una Citroen rossa ammaccata. Gli contestarono che la sua cella telefonica non si trovava in quel punto a quell’ora. Lui, nel frattempo è sparito, al citofono della sua abitazione, che dista da quella di Yara neanche cento metri, non risponde nessuno.

La Procura di Bergamo vuole risentirlo e forse lo farà a breve. Così come potrebbe essere presto risentito Moahmed Fikri, il famoso marocchino di vent’anni rilasciato con tante scuse all’alba del 6 dicembre. Si scopre all’improvviso, che l’unico alibi che ha è quello che gli fornì il suo datore di lavoro. E’ lui il secondo sospettato di Brembate, è di lui che all’improvviso tutti si ricordano, insieme al cantiere dove lavorava, insieme ai bloodhound che si fermarono proprio lì, insieme al suo viaggio per il Marocco interrotto da un arrembaggio dei carabinieri al largo di Genova.

Il terzo sarebbe un nome che si annida fra i 500 testimoni presi a verbale dal 26 novembre a oggi dalla Procura della Repubblica di Bergamo, uno che viene marcato stretto, che potrebbe anche commettere l’errore della sua vita. Forse potrebbe essere servito di una divisa fosforescente della Protezione civile non solo per camuffarsi, ma anche per sviare le ricerche.