Alcolisti anonimi e medici contro. I dottori: “Cure troppo mistiche”

di Francesco Montorsi
Pubblicato il 28 gennaio 2014 7:13 | Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2014 21:15
Alcolisti anonimi e medici contro. I dottori: "Cure troppo mistiche"

Foto Ansa

WASHINGTON – In anni recenti, voci critiche si sono levate per disapprovare l’operato dei celebri Alcolisti Anonimi. Il presidente del dipartimento di Psichiatria della Facoltà di Medicina di Boston ed un ricercatore del National Institute of Health hanno criticato pubblicamente la filosofia e le pratiche degli AA. In uno di questi casi, il megafono delle critiche sono state le pagine del Washington Post.

Gli alcolisti anonimi sono per ogni americano una venerabile istituzione. Illustrata in mille creazioni cinematografiche, cantate nelle canzoni, raccontata nei libri, gli AA sono una colonna dell’associazionismo del paese, paragonabile ad altre rispettate società quali l’Esercito della Salvezza. Un tesoro nazionale «since 1935» che conta 2,1 milioni di membri sparsi in (quasi) tutti i paesi del mondo.

Allora perché criticare questa nobile e veneranda istituzione? Per riassumere, diciamo che vecchi rancori e incomprensioni, in parte sfumati, giocano un ruolo nel rapporto a volte difficile tra la scienza e gli AA. Oggi, la situazione è senz’altro diversa, ma c’è stato un tempo non lontano in cui gli psichiatri e i seguaci degli AA si guardavano in cagnesco, forti di visioni e metodologie apparentemente inconciliabili.

Gli AA sono stati criticati per il misticismo e l’irrazionalità della loro filosofia. Nella fattispecie, erano, e restano in parte sospetti alla scienza i principi che compongono i “dodici passi”, il percorso individuale che dovrebbe portare un alcolista anonimo alla liberazione dell’acol. Tra questi dodici passi c’è anche il riconoscimento dell’esistenza di un essere superiore che può infondere all’uomo la forza necessaria per sconfiggere la dipendenza.

Ma il vero rimprovero consiste nell’accusa di impedire il diffondersi di pratiche mediche nella cura della dipendenza. Sebbene gli AA non abbiano ufficialmente una posizione definita riguardo alle cure farmacologiche, una parte di questi considera in effetti uno sbaglio il ricorrere a qualsiasi tipo di farmaco.

Questo sentimento intransigente potrebbe dipendere dalla recente storia dei tentativi messi in atto dalla medicina per risolvere il flagello dell’alcolismo. Si tratta, difatti, di un percorso puntellato di errori anche tragici. Nell’ottocento, senza menzionare gli intrugli a volte letali propinati dai ciarlatani itineranti, si è cercato di curare l’alcoolismo con la morfina, la marijuana e perfino la cocaina. Nel novecento ci hanno provato, senza successo, con gli steroidi ma soprattutto, e qui la nota è dolente, con i barbiturici e benzodiazepine.

Negli anni settanta e ottanta, si pensava erroneamente che farmaci come il Valium fossero innocui e non producessero dipendenza. I dottori davano via quelle sostanze come aspirine con lo scopo di aiutare i pazienti durante le fasi più acute delle crisi di disintossicazione. I medicinali in questione non fecero che rendere più drammatica la situazione. A volte, l’unico risultato fu quello di infliggere al malato una nuova dipendenza senza curare quella precedente. La diffidenza di una parte degli AA verso la farmacologia potrebbe derivare da questa storia recente.

Oggi tuttavia, a parte i seguaci delle posizioni più radicali, l’opposizione tra AA e psichiatri non è più d’attualità. Si sta giungendo alla conclusione che ogni alcolista richiede una cura “su misura” e che questa può avvalersi di metodi psicologici e spirituali oppure di soluzioni farmacologiche, o anche di una dose di entrambi.